Più sola, più libera?
C’è un punto, nelle scelte pubbliche, in cui il lessico dei diritti rischia di smarrire il contatto con la realtà concreta delle persone. La delibera approvata nell’aprile 2026 dalla giunta regionale della Campania, presieduta da Roberto Fico, sull’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico, si colloca esattamente su questa linea di confine. Abbiamo raccolto il commento di Marina Casini. Presidente del Movimento per la Vita Italiano.
Il provvedimento campano introduce il Percorso Ambulatoriale Coordinato e Complesso (PACC) e consente di completare l’IVG farmacologica anche a domicilio, spostando fuori dall’ospedale una fase decisiva del percorso. È qui che la narrazione dell’“autodeterminazione” mostra la sua ambiguità più evidente: si può davvero parlare di maggiore libertà quando si trasferisce sulla donna, spesso in condizioni di fragilità, il peso di un evento che per sua natura è tutt’altro che neutro?
La scelta di rendere possibile la seconda somministrazione del farmaco a casa viene presentata come un ampliamento dell’accesso e un adeguamento a standard ritenuti sicuri dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma la sicurezza clinica, da sola, non esaurisce la questione. La medicina non è mai solo tecnica: è relazione, accompagnamento, contesto. E proprio il contesto qui cambia radicalmente, perché l’atto si consuma – letteralmente – nella solitudine domestica.
Il secondo elemento critico riguarda le priorità. La delibera dà attuazione a un atto del 2023 rimasto finora inapplicato. È lecito chiedersi se questa fosse davvero l’urgenza più pressante per un sistema sanitario che fatica su molti altri fronti: liste d’attesa, medicina territoriale, carenza di personale. Il rischio è che si investa energia amministrativa su un terreno preciso senza affrontare le fragilità strutturali che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini.
In questo quadro si inserisce il giudizio severo di Marina Casini, presidente del Movimento per la Vita Italiano, che interpreta la delibera come un segnale regressivo, non di progresso civile. Il suo intervento rilasciato per Punto Famiglia dà voce a una preoccupazione che attraversa una parte significativa della società:
«La delibera campana rappresenta un ulteriore atto oscurantista, esattamente l’opposto di un progresso di civiltà. È assurdo banalizzare l’aborto fino a ridurlo a un gesto ordinario; è assurdo scaricare sulla donna – madre del figlio che vive e cresce dentro di lei – il peso di una scelta così grave, che può lasciare ferite profonde nella sua psiche. Condivido quanto ha scritto su Avvenire padre Maurizio Patriciello il 25 aprile scorso. Siamo di fronte a una barbarie, a una guerra contro le donne e contro i bambini in viaggio verso la nascita. Come possiamo invocare la pace mentre si colpisce il grembo materno in nome del progresso? Aveva ragione Madre Teresa di Calcutta.
Ma siamo davvero sicuri che le donne siano libere? Ci chiediamo che cosa le spinge a rinunciare alla nascita del proprio figlio? Facciamo abbastanza per spezzare la loro solitudine, per condividere il peso delle difficoltà, per liberarle dai condizionamenti? C’è una inquietante cecità morale, una sorta di anestesia delle coscienze. Non possiamo assuefarci, non possiamo rassegnarci. Non possiamo permettere che il male diventi banale – come ricordava Hannah Arendt.
Occorre dare voce ai bambini che non possono parlare, riconoscere che sono figli di tutti, e costruire una società capace di accoglierli sostenendo davvero le madri, le coppie, le famiglie. Non sono “grumi di cellule” o vite potenziali: sono esseri umani, persone uniche e irripetibili. Senza ciascuno di loro l’umanità è più povera.
Il fatto che si trovino nel grembo materno non cambia questa realtà; piuttosto ci dice che quelle madri non devono essere lasciate sole. Hanno diritto a essere aiutate, non giudicate; a non avere come unica soluzione l’aborto; a essere informate che esistono alternative, come il parto in anonimato o l’accoglienza da parte di altri.
Come si può chiamare civiltà il dare la morte? Uccidere non è mai la soluzione. Mai. E in questi casi le vittime sono due: il figlio e la madre, anche lei ferita da una società segnata da individualismo e indifferenza. È necessario far conoscere di più le realtà di aiuto alla vita, CAV e SOS Vita, Progetto Gemma e promuovere una cultura che non faccia esplodere bombe, ma solidarietà e accoglienza».
Parole dure, che si possono condividere o contestare, ma che pongono una domanda difficile da eludere: la libertà è davvero tale quando si esercita nella solitudine?Una politica che voglia dirsi davvero “dalla parte delle donne” dovrebbe forse partire da qui: non limitarsi a rendere più accessibile una scelta, ma allargare l’orizzonte delle possibilità, rafforzando le reti di sostegno, combattendo le cause della solitudine, offrendo alternative reali. Altrimenti il rischio è che, dietro il linguaggio dei diritti, si nasconda una rinuncia più profonda: quella di una società che, di fronte alla fragilità, preferisce trovare scorciatoie invece di accompagnare.
