Sull’UE e il “diritto” di aborto

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Diciamolo chiaramente: il diritto di aborto è l’aborto del diritto, dei diritti dell’uomo, dell’Europa. Non è un giudizio sulle donne, sui vissuti, sui drammi, sui singoli. È un giudizio sulla cultura che si ribella alla sola idea che la Corte Suprema degli Stati Uniti potrebbe ribaltare la sentenza del 1973 e considerare il concepito un essere umano degno di vivere, una cultura che non tollera in alcun modo che si parli di lui: il concepito, il bambino non nato, la persona in viaggio verso la nascita, uno di noi, insomma. Non solo non vuole che se ne parli, ma non vuole neanche che si ponga la questione: qualcosa o qualcuno? È questo il sintomo più grave di un atteggiamento veramente conservatore e reazionario racchiuso nell’ideologia pro-choice che si nobilita sotto la vernice dei diritti, delle libertà, della democrazia: tutti termini corrotti se i non nati vengono considerati un nulla da eliminare senza scrupoli. I diritti diventano pretese, la libertà sopraffazione, la democrazia una nuova forma di totalitarismo.  Da dove viene questa ideologia? Viene dal prevalere degli interessi pratici sulla ragione moderna, perché la scienza di oggi dimostra la piena identità umana dei figli anche prima della nascita. La congiura contro la vita incontra insuperabili difficoltà nel contrastare la scienza e perciò preferisce imporre il rifiuto dello sguardo sul concepito, preferisce l’arroganza al dialogo, la censura alla libertà di pensiero, la menzogna alla verità. Possiamo rassegnarci ad una tale situazione? Dobbiamo abbandonare ogni speranza? Non è possibile rassegnarsi né di fronte ai milioni di aborti realizzati con il sostegno degli Stati, né al numero incalcolabile di esseri umani eliminati nell’ambito delle tecniche di fecondazione in vitro. Negare il diritto a nascere significa sgretolare il grande progetto politico per cui l’Unione Europea esiste, significa aprire il solco di una lacerante contraddizione. Se riflettiamo in profondità, l’Unione Europea (UE) nasce per difendere la vita. E oggi più che mai – si pensi alla guerra in corso – è indispensabile irrobustire in questa consapevolezza. Ancor più è inaccettabile l’assuefazione di fronte all’attuale pretesa femminista – propagandata anche da potenti lobby internazionali – di considerare l’aborto come “diritto umano fondamentale”, come se il giusto moto di liberazione della donna da una minorità sociale e familiare trovasse la sua conclusione e raggiungesse il suo vertice con la facoltà di sopprimere i propri figli. Niente di più contrastante con la cultura dei diritti umani. Invece che deturpare i diritti pretendendo che diventi un diritto l’aborto, perché non occuparsi seriamente di liberare le donne dai condizionamenti (ce ne sono tanti!) che le spingono ad abortire? Non sarebbe questa una via per tutelare la salute delle donne che proprio dall’aborto viene danneggiata? Perché non investire finanziamenti e risorse per favorire le nascite, anziché promuovere iniziative per impedire a una moltitudine di esseri umani di vedere la luce? Parlare del diritto alla vita non è un impaccio, un freno, una difficoltà nella politica, ma – al contrario – una forza propulsiva.

 

10 giugno 2022                                                                         Marina Casini Bandini