Anche in Germania, come in Italia, è stata riscoperta l’utilità della Ruota degli Innocenti. Già sono una quarantina sparse per tutto il Paese. Ed ora sono approdate anche in Parlamento...
Anche in Germania tornano a funzionare le Ruote degli innocenti, piccoli cassonetti a muro, posti nelle vicinanze degli ospedali. In tutta la Germania ce ne sono quaranta, di cui quattro a Berlino. Si chiamano “Babyklappe” (cassette per bambini) e come nei secoli scorsi, sono destinati alle donne che decidono di abbandonare il loro bambino. Dopo averlo partorito, spesso in segreto o di nascosto dai familiari, raggiungono il “Babyklappe” più vicino, alcune volte lasciano un biglietto con il nome che avevano scelto per la creatura, e poi se ne vanno.
Come nel caso delle Ruote messe in funzione in Italia dal movimento per la vita, il bambino è destinato a rimanese nella cella al massimo mezz’ora – il materasso è riscaldato e un impianto di ventilazione fa sì che l’aria non vanga a mancare neanche di notte – fino a che gli assistenti impegnati nell’ospedale di competenza non lo vanno a ritirare. Da quel momento, la mamma ha otto settimane di tempo per farsi viva, poi il bambino sarà dato in adozione.
Ma se in Italia le Ruote sono lasciate alla libera iniziativa dei Movimenti per la vita che non di rado devono vedersela con istituzioni recalcitranti, in Germania hanno preso il toro per le corna.
A giugno è iniziata nel Parlamento nazionale la discussione di una proposta di legge, firmata da socialdemocratici e cristiano democratici, sul diritto a una nascita anonima.
“In Germania sono sempre più numerosi i casi di bambini che vengono uccisi o abbandonati dalle mamme subito dopo il parto – spiega Ursula Künning, della Caritas berlinese – ma se queste fossero sicure che la loro identità non sarà mai rivelata, molti di questi bambini potrebbero salvarsi”. Stando alla testimonianza di Deba – una ragazza di origini turche che ha affidato la sua storia a www.sternipark.de, una delle maggiori organizzazioni impegnate nella difesa dei “Babyklappe” – il suo bambino, se non ci fosse stata questa possibilità, sarebbe morto: “Ho avuto le doglie nella toilette del negozio in cui lavoravo – scrive – quando l’ho visto uscire gli ho sussurrato: ti prego, non piangere, sennò ci sentono. Il bambino sembrava aver capito, perché è uscito senza un fiato. Ho strappato il cordone con le mani, ero come in trance. Poi l’ho preso, l’ho avvolto nel maglione, sono uscita, e stavo per buttarlo nella spazzatura. Mi sono ricordata che vicino casa mia c’era un Babyklappe, nel frattempo il bimbo aveva cominciato a strillare. L’ho infilato lì dentro e sono scappata a casa. Ci penso spesso, ma sono sicura che è stato meglio così”.
L’articolo 7 della carta Onu sui diritti dei bambini, però, sostiene che “il diritto alla vita si trova sullo stesso piano del diritto a conoscere le proprie origini”. In Francia, unico Paese europeo dove la nascita anonima è legalizzata dal 1941, ogni anno 600 persone si rivolgono a istituti psichiatrici perché “non sanno più” chi sono. Il diritto a una nascita anonima – sostengono gli oppositori alla legge – è in contraddizione col diritto all’adozione, che prevede la possibilità, per il bambino adottato, di conoscere, se lo desidera, l’identità dei veri genitori.
I sostenitori dei Babyklappe non la pensano così. Su ognuna delle cassette è riportata, a caratteri piccoli, una frase di Oskar Schindler: “Chi riesce a salvare anche solo una vita, ha salvato il mondo”.