Perché vaccinarsi contro il Covid 19?

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15La prima risposta a questa domanda è perché vaccinarsi è un atto di altruismo!

L’aspetto più peculiare inerente alla vaccinazione anti COVID è da attribuire alla situazione di apparente controsenso in cui ci troviamo.

Da una parte siamo insofferenti alle misure restrittive imposte per mantenere sotto controllo i numeri della pandemia e non vediamo l’ora di potercene liberare. Dall’altra, molti sono scettici nei confronti di quella che seppur non nell’immediato sembra essere la possibilità più concreta per riappropriarci della nostra vita. Alla base della diffidenza vi è una sfiducia nei confronti della scienza. Questa si è alimentata a causa dell’indiscriminata circolazione di idee soprattutto in ambito social, in cui ognuno può avere visibilità e credibilità. Ma ciò che rende possibile tutto ciò è la mancanza di conoscenza, e quindi l’ignoranza. Senza gli strumenti adeguati per discernere le informazioni corrette da quelle fasulle, diventa altissimo il rischio di dare maggior credito a queste ultime anziché alle prime.

La principale causa di perplessità nei confronti della vaccinazione riguarda la sicurezza e l’efficacia del vaccino. La sicurezza del vaccino è il primo aspetto che deve essere certificato. Su questo possiamo dire che ogni farmaco, se non raggiunge determinati standard di sicurezza, non sarebbe neppure introdotto in commercio. Normalmente le fasi di sperimentazione per certificare la sicurezza hanno una durata maggiore effettivamente. In questo caso però vi è stata un’accelerazione proprio per rendere il prodotto disponibile quanto prima. Ciò è stato possibile grazie all’impiego di un numero di risorse umane dieci volte superiore a quello standard. Anche l’impegno economico è stato più consistente del solito. Nessuna fase quindi è stata saltata, si sono solo concentrati i vari passaggi in un tempo minore per arrivare prima all’approvazione. Anche per questo vaccino, valgono le considerazioni che si possono estendere al concetto generale di vaccinazione: essa è uno strumento di prevenzione che nella storia dell’umanità è servito a sconfiggere molte malattie diffusive (vaiolo, poliomielite, difterite). La protezione da essa conferita ha sia una dimensione individuale che collettiva. Nel primo caso, sul singolo soggetto, il vaccino stimola la produzione di anticorpi che permettono di neutralizzare l’agente infettivo in caso di infezione. Nel secondo caso, sulla popolazione generale, la vaccinazione permette di creare una barriera protettiva che rallenta la circolazione del virus. Questo determina sia una riduzione del rischio di contagio (il virus circola più lentamente in quanto i vaccinati sono più numerosi dei non vaccinati), sia un indebolimento del virus stesso (il quale avendo più difficoltà a “trovare” chi infettare, perde la propria aggressività). Un aspetto importante da sottolineare riguarda il cosiddetto “effetto gregge”: la presenza diffusa dei soggetti vaccinati nella popolazione comporta una protezione indiretta anche nei confronti di quelli che non possono essere vaccinati (ad esempio a causa di determinate patologie) e dei soggetti più fragili. Nel caso tali individui contraggano l’infezione, possono avere complicanze serie. Da ciò si può comprendere anche un significato altruistico di questo atto sanitario: accettando la vaccinazione, oltre alla protezione di noi stessi, contribuiamo sia a quella degli individui che non la possono subire sia a quella degli individui che la possono subire ma si trovano in una condizione di fragilità.

Inoltre, le principali associazioni mediche cattoliche (American college of pediatricians e le christian medical and dental associations, oltre che la Catholic medical association of Pro-life) hanno affermato che i vaccini attualmente in commercio non hanno utilizzato cellule di bambini abortiti nelle loro fasi di produzione. Cellule fetali derivate dall’aborto sono state soltanto usate nei test in fase animale. Il remoto collegamento con feti abortiti sussiste quindi solo nell’ambito della ricerca preliminare finalizzata allo sviluppo del farmaco, senza riguardare in termini concreti la sua produzione su larga scala.

Il presidente del comitato pro-vita della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti e uno dei leader del National Catholic Bioethics Center hanno affermato che non è immorale l’utilizzo dei vaccini presenti ora sul mercato.

I gruppi di medici pro-life hanno più volte ribadito la necessità di utilizzare cellule derivanti dal cordone ombelicale e quelle staminali adulte per la ricerca sui vaccini ed hanno sottolineato l’importanza di permettere il riconoscimento di quei vaccini che eventualmente dovessero essere stati prodotti con l’utilizzo di linee cellulari derivanti da aborti.

In conclusione l’invito a vaccinarsi, quando sarà possibile, è da accogliere con un atteggiamento sereno e con la convinzione che forse è l’unico strumento che ci può dare la speranza di sconfiggere questo nemico che ci ha sconvolto l’esistenza.

Carlo Rossi, epidemiologo e membro del Consiglio Direttivo del Movimento per la Vita Italiano