Il Dott. Alessandro de Franciscis ci racconta in diretta da Lourdes dove risiede, della sua esperienza diretta di medico con i malati e i medici che si recano ogni giorno al luogo delle Apparizioni. 

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Medico specializzato in pediatria, con master in epidemiologia all’università ad Harvard, diploma in bioetica all’Università Cattolica del Sacro Cuore, baccellierato in teologia alla Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli, un passato da docente universitario e politico, il Dott. de Franciscis è oggi il Presidente del Bureau des constatations médicales di Lourdes, il primo non francese della storia.

Dott. de Franciscis, in Italia è acceso il dibattito sulla legittimazione del suicidio assistito. Come valuta, dall’osservatorio privilegiato dell’ufficio delle Constatazioni Mediche di Lourdes, la deriva culturale in atto sul tema della malattia cronica e della disabilità grave?

Sono arrivato a Lourdes per assoluto caso, da adolescente di 17 anni e studente di liceo. All’epoca il Presidente dell’Unitalsi di Napoli presentava nei licei della città l’impegno di barelliere volontario; io e alcuni compagni di classe abbiamo deciso di fare quell’esperienza ed è a Lourdes che ho scoperto il pianeta delle persone malate e handicappate. Tant’è vero che è qui che ho cominciato a pensare di studiare medicina. Nel mio vissuto personale, davanti alla malattia cronica e alla disabilità grave ho dapprima avuto una reazione di pietà, compassione e per questo motivo ho deciso di fare il medico, mi son detto “voglio dare una mano”. Ma poi a un certo punto, lungo la strada ho vissuto un’esperienza drammatica, che i filosofi e i teologi riferiscono al grande capitolo della teodicea: “Se Dio esiste, come può consentire il male”?, che è la grande questione del dolore innocente, è la questione della Shoah. Se Dio esiste, come può aver tollerato che siano stati gasati, messi al forno milioni di creature, per giunta appartenenti al popolo di Israele?

Questa grande questione me la sono posta a Lourdes, quando un giorno d’estate, finito il quarto anno di medicina, sono stato inviato insieme ad altri barellieri a dare una mano al servizio alle Piscine. E alle Piscine sono stato assegnato alla piscina bambini, dove ho visto nel corso di quella giornata delle cose terribili. Ho visto veramente il dolore innocente e mi sono posto dei problemi, ho cominciato a stare a disagio e mi sono molto arrabbiato con la Madonna e con Dio. Ho provato quindi questa seconda reazione, che trovo assolutamente comprensibile, della repulsione, della rabbia, della collera anche verso Dio. 

E poi, e questo viene nella maturità della mia esperienza sia di medico qui a Lourdes in questi anni sia di fede cristiana, è avvenuto un altro capovolgimento, che è quello di comprendere fino in fondo che in realtà ogni vita umana ha uno straordinario valore, anche dove questo comporta la fatica dell’assistenza e dell’aiuto a questa vita. Per questo faccio riferimento sovente al discorso pronunciato un anno fa dal Vescovo della diocesi di Beauvais Monsignor Benoit-Gonnin che, parlando a dei disabili e malati a Lourdes di Suor Bernadette Moriau, riconosciuta come miracolata di Lourdes nel febbraio 2018, davanti a lei stessa presente, raccontava sostanzialmente dell’esperienza della malattia cronica e della disabilità. Dalla esperienza di medico a Lourdes ho compreso che il Signore non ha bisogno di dimostrarci in ogni momento che Egli è onnipotente, cioè Lourdes non è una clinica o un ospedale. Dio vuole mostrare che anche quando gli uomini non sanno più vedere la dignità dell’esistenza umana, perché l’esistenza di quella persona sembra essere sminuita, invalidata, anche se sfigurata come in alcune malattie che deformano, come il cancro, Dio ama ancora questa vita. Dio ha ancora rispetto per questa vita, vuole ancora salvare la dignità e questo è secondo me un tema molto più vasto della disabilità. Quando noi siamo tentati di sopprimere una vita diminuita e sfigurata, perché questa è la strada più comoda, ecco che nella mia esperienza di Lourdes, vedo che Dio la restaura. Ed è vero che non tutti sono guariti ma la malattia purtroppo fa parte della nostra esistenza umana. Tuttavia Dio restaura quella vita dando alle persone malate e invalide -e lo vedo nel quotidiano di Lourdes, nelle processioni, nei pellegrinaggi, nelle testimonianze che ho il privilegio di raccogliere quale medico residente qui a Lourdes- la dignità di rappresentare ancora per noi uno stimolo a rendere la nostra vita più feconda. Il volontariato che si fa qui a Lourdes non è una forma di sterile assistenza, come potrebbe essere una giornata in qualsiasi ospedale, ma è in realtà un testimoniare che la vita apparentemente sterile e non feconda del malato e del disabile a cui noi prestiamo servizio, rende in realtà le nostre vite non più sterili, ma vite feconde. Quindi anche la vita apparentemente sfigurata del disabile grave porta alla famiglia che lo assiste e alla società che se ne fa carico un Senso. 

Ho conosciuto fin da giovane unitalsiano e studente di medicina, poi da medico, decine e decine di famiglie nelle quali ha vissuto o vive una persona malata o inguaribile o disabile grave. Quella persona, quella vita è parte integrante di quella famiglia, non è solo e soltanto un caso clinico, ma diventa un membro della famiglia con questo carattere. Si dice: “ma questa è una vita pesante!” Non c’è dubbio. E difatti alla fine si potrebbe discutere se poi dove stiamo entrando non sia una società che si occupa solo dell’edonismo puro. 

Al proposito, ho l’impressione che viviamo una fase che è decisamente di decadenza della nostra civiltà occidentale, non tanto quanto ai costumi ma al rispetto della libertà altrui. Io sono profondamente liberale e sono dell’idea che ciascuno debba avere la libertà di fare come crede, se la sua libertà non calpesta la mia o quella degli altri. Penso che la Costituzione italiana in questo sia, dal punto di vista del cittadino e non da credente, assolutamente illuminante. Perciò io non sono qui per dire che devo mettere limiti alle libertà, devo però dire che mi rendo conto che il limite della libertà è andato al di là dei diritti delle persone. Oggi la libertà del forte è sicuramente violenta sulla debolezza del debole. Questo lo vedo per esempio dalle mutazioni del nostro sistema di welfare. Quando scelsi di fare il medico, scelsi deliberatamente di essere dentro il sistema pubblico. Il sistema pubblico in Italia, come in Inghilterra, Francia, Germania, Austria, Spagna era il marchio di qualità. I migliori professori, i migliori ospedali, le migliori divisioni erano pubbliche e il sistema, soprattutto dopo il bagno di sangue della seconda guerra mondiale, si era progressivamente attrezzato per dare vita al rispetto costituzionale di ogni vita e a un sistema nazionale di welfare che accompagnasse la persona malata. Poi se ne è abusato e questo è stato un errore, troppi ospedali dappertutto, troppi medicinali dati gratuitamente a tutti ecc.. Adesso però il meccanismo di correzione è un meccanismo nel quale la libertà di chi sta bene e gode di salute e di successo prevale sulla debolezza di chi è debole e non sta bene. Sicché oggi nelle grandi città i centri di recupero e di riabilitazione, i centri di assistenza diurna per le persone disabili, i progetti di assistenza a domicilio per le persone in terapia palliativa ecc. sono in crisi, sono in difficoltà perché si dice che i soldi non bastano. Però poi vediamo che ingrassano le cliniche private, le strutture private ecc. che offrono certamente un’assistenza qualitativa, ma per la quale bisogna pagare. 

Per quanto riguarda il suicidio assistito, il tema non può essere secondo me di polemica tra posizioni. Perché è evidente che chi come noi si professa cattolico è in opposizione a chi si professa non credente, per il quale la vita ha il valore dell’esistenza terrena, non ha un valore oggettivo. Noi aderiamo dal punto di vista etico a una opzione personalista: la persona umana per noi è sacra, la vita umana per noi è sacra. Chi non ha una percezione di questo genere ragiona diversamente. Il vero problema è come noi possiamo invertire questa tendenza. Che valore ha per noi la vita? E lì secondo me la sfida è pre-politica. Ed è una sfida che il Movimento per la Vita da anni conduce e meritoriamente anche in Europa, ma è una sfida che deve cambiare anche il nostro modo di vivere. Io da medico ho la convinzione che sono qui per salvare la vita, con tutta la delicatezza che questo comporta soprattutto alla vita sofferente e alla vita morente. Nessun medico cristiano ha mai torturato un morente per farlo soffrire dieci minuti in più. Si sono sempre utilizzati con grande saggezza gli antidolorifici, oggi ancora più raffinati e potenti, i morfinici e i morfino-simili. Però allo stesso tempo considero illecito che un medico termini la vita di un altro uomo. E’ come applicare la pena di morte. 

Gli ammalati rappresentano uno dei segni di Lourdes. Da Lourdes passano ogni anno tantissimi ammalati e tantissimi sono i medici provenienti da tutto il mondo che ha il dono di incontrare a Lourdes. Davanti al rischio di trasformazione del modello di riferimento dell’alleanza tra medico e paziente derivante dall’introduzione del suicidio assistito in Italia, quale messaggio di speranza viene invece dalla medicina, da quei medici che incontra ogni giorno a Lourdes? 

Arrivato per caso qui, in questo osservatorio privilegiato dove vengono medici e infermieri pensavo di essere un caso unico. Vorrei al riguardo coinvolgere anche la professione infermieristica che secondo me tra le professioni dell’area medica è la più prossima ai medici. Tutti i professionisti che si occupano di malati sono preziosissimi, dal fisioterapista allo psicologo, ma credo che l’infermiere è insieme al medico il professionista più vicino al malato.

Nel 2019, che è un anno che ormai si chiude, sono transitate al Bureau des constatations circa 4200, 4300 professionisti dell’area medica. Sono persone che puntualmente accolgo e con le quali parlo e ci scambiamo opinioni sulle guarigioni. Quindi una realtà grossa, stiamo parlando di migliaia di professionisti. Ho scoperto che qui vengono medici che sentono autenticamente il servizio per la vita e che quindi danno un senso nella pratica della medicina e dell’infermieristica anche nelle realtà di tutti i giorni in giro per il mondo, in particolare in quei Paesi da cui provengono, soprattutto dalla Francia, dall’Italia e dai Paesi di lingua inglese, seppur qui a Lourdes sono presenti tutte le nazionalità. 

Tale presenza rappresenta un messaggio di speranza forte, lo credo forte e chiaro. Tra i medici che vengono qui ci sono quelli che hanno capito per quale medicina vivono e ce ne sono anche di non credenti. Cioè il dato di fede, l’espressione religiosa rischia di essere riduttiva, se cerchiamo di misurare questo tipo di medicina con la sola fede cattolica. Per esempio qui viene il capo-medico del pellegrinaggio di Nizza che dice di non essere credente, ma che, oggi ultra-settantenne, viene a Lourdes ogni anno come Responsabile del pellegrinaggio dei malati della diocesi della sua città e nel duro inverno vive affianco ai barboni, da non credente, perché dice che a Lourdes viene a caricarsi del senso del suo essere medico, cioè del servizio alla vita. 

Il 18 febbraio 1858 nella grotta di Massabielle la Vergine si rivolge alla piccola Bernadette, scarto della società di Lourdes, dandole del lei, guardandola e parlandole come nessuno aveva mai fatto prima. Quanto questo sguardo, che riconosce la grande dignità di Bernadette come figlia amata, parla ancora oggi alla nostra società, intrisa di quella che Papa Francesco chiama “cultura dello scarto”?

Bernadette è lo scarto e sa di essere l’ultima. Lei lo dice con convinzione al commissario di polizia, al procuratore imperiale ecc: “Se ci fosse una più stupida e ignorante di me, sarebbe apparsa a un’altra.” 

Anche dal punto di vista comportamentale, la veggente Bernadette è una pagina bellissima. E’ una ragazzina che ha vissuto una straordinaria storia, l’aver incontrato e chiacchierato con la Madonna, la Madre di Gesù e un minuto dopo la fine dell’esperienza, è scomparsa dalla società. A 14 anni si è chiusa, si è protetta, si è concentrata, come ogni adolescente fa, sul decidere cosa fare della sua vita da grande e alla fine la sua scelta è stata quella della vita religiosa. Il suo desiderio di servire i malati non le sarà possibile a causa della sua malattia, ma li servirà facendo l’aiutante dell’infermeria (si descrive come una scopa messa dietro la porta), perché lei stessa è ricoverata. 

Anche lei conosce la malattia, ha un tumore alle ossa, un’asma terribile che la perseguita sin da due anni prima delle apparizioni e che la costringe ad essere sempre più debilitata e sofferente. Era infatti sopravvissuta all’epidemia di colera che aveva piagato questa parte della Francia nel 1856. Non è morta per via del colera ma questo le ha lasciato in eredità l’asma. 

Bernadette è un modello, un esempio bellissimo ed è testimone del grande segreto di Lourdes: l’Eucaristia. Lei torna a Lourdes perché vuol fare la Prima Comunione. Una cosa bellissima e di una semplicità assoluta. Ha ormai 14 anni, è analfabeta perché il padre non aveva i soldi per mandarla a scuola, è malata, vive nella miseria nera di quella che a Napoli chiameremmo un “basso”. Il “cachot” è questo, una cella maleodorante che un parente pietoso ha dato a una famiglia senza più arte né parte, e che pure aveva conosciuto il benessere tipico dell’artigiano che col mulino vendeva la farina. Quindi c’è tutto questo dramma nella vita personale di questa ragazzina che per obbedienza al padre si trasferisce a Bartrès, un villaggio qui affianco a Lourdes. Lì la sua nutrice aveva promesso al padre che se Bernadette fosse diventata la sua serva, le avrebbe garantito un pasto caldo al giorno. Bernadette dunque accetta dopo essersi sincerata che a Bartrès il parroco faceva il corso di catechismo per poter almeno preparasi alla Prima Comunione. Lei allora va perché sente questa fame di Eucaristia, quando a un certo punto, secondo la Provvidenza di Dio, il vescovo trasferisce il parroco di Bartès e Bartrès resta quindi alcuni mesi senza parroco. Bernadette si rende conto che senza parroco non sarà mai preparata per la Comunione e supplica il padre di poter ritornare nella miseria del “cachot” per prepararsi alla Prima Comunione a Lourdes. Il padre infine acconsente, Bernadette torna a quindi Lourdes nella terza settimana di gennaio del 1858 e l’11 febbraio avviene la prima apparizione. La prima e la seconda apparizione sono senza parlato, nella terza invece per la prima volta la Madonna si rivolge a Bernadette, come farà in tutte le successive apparizioni, sempre dandole del “Voi”. Dobbiamo notare che Bernadette al tempo non parlava francese. Siccome ha conversato con questa apparizione, è la Madonna che parla come Bernadette ed è in grado di capire e parlare il dialetto locale, l’occitano. 

E’ pertanto il “Voi”, la forma di rispetto scelta dalla Madonna. E’ una cosa straordinaria, Bernadette si sente rispettata, si sente persona. Allora questa lezione si trasferisce al nostro quotidiano. Questa è la storia bellissima sulla dignità della persona, è un’esperienza che ci deve riportare a come ci relazioniamo con gli altri. 

Adesso purtroppo sono quindici anni che non faccio più il medico pratico e che non sto più in ospedale, ma quando facevo l’assistente e poi l’aiuto al Policlinico di Napoli capitava sovente di dire: “fai entrare quel malato cronico”, quel malato identificato col nome della malattia. Trattasi di una spersonalizzazione nella società in cui viviamo. 

Il malato assume un’enorme importanza al contatto personale, ma anche al contatto fisico. A Lourdes quando ero studente in medicina ho imparato a toccare i malati. Oggi i medici sempre meno toccano i malati. Sedersi accanto al letto del malato e tenergli la mano per un quarto d’ora vale dieci mesi di terapia. Avere la possibilità di parlare in privato, cioè per esempio al giro della mattina, fermarsi e chiedere “Allora Signor Rossi, come si sente oggi? Un po’ meglio?” è fondamentale. Questa storia di Bernadette a noi medici insegna questo. 

E poi Bernadette, quando cercano di trarla in inganno per farla cadere in contraddizione risponde: “Guardi quello che io vi so dire è che la Signora, l’Aquerò, mi guardava come una persona guarda un’altra persona.”

Qui a Lourdes, dal più grande dei cardinali all’ultimo dei pellegrini ci si conosce come persone e nello stesso tempo come popolo. 

E questo fatto della dignità e della unicità della persona è la storia di Lourdes. 

 Veronica Mameli