Il Movimento per la vita trova deludente la decisione di non decidere espressa dalla Consulta sul caso Cappato. Il rinvio al settembre 2019, rimandando la palla al Parlamento – dove già fremono iniziative a favore dell’eutanasia e del suicidio assistito – ha un sapore pilatesco e nello stesso tempo si fa complice di istanze che premono per una normativa che introduce il preteso “diritto alla morte”. Un colpo basso che non fa altro che legittimare la cultura radicale a legiferare in maniera mortifera.
Non ci sono vuoti da colmare e non è vero che manca un bilanciamento. Nella pur discutibile legge sulle DAT il bilanciamento è già trovato. Tra l’altro nel programma di governo non sono a tema suicidio assistito e eutanasia.
Con il caso Cappato si vuole in realtà introdurre il principio della liceità giuridica di cagionare la morte su richiesta da parte di malati e disabili. Nulla a che vedere con il rifiuto/rinuncia alle cure ed all’accanimento terapeutico. Alla base c’è il criterio dell’efficienza produttiva, secondo cui una vita irrimediabilmente inabile non ha più alcun valore.
Bisogna che le forze parlamentari che hanno a cuore le persone malate o disabili e le loro famiglie contrastino questa logica eutanasica che in nome di un’autodeterminazione assolutizzata (caricatura dell’autentica libertà) pretende di recidere il più elementare vincolo di solidarietà umana: quello che riconosce sempre e comunque l’uguale dignità dell’altro e promuove autentiche relazioni di cura.
Da qui un appello alle associazioni e ai movimenti di ispirazione cristiana a mobilitarsi uniti perché lo sguardo della società su malati e disabili sia uno sguardo pieno di tenerezza, sempre pronto a riconoscere il valore della persona anche nelle condizioni di estrema dipendenza dagli altri.