Una legge per “bilanciare” interessi e diritti: quelli del concepito e quelli della coppia infertile desiderosa di avere un figlio. Così può essere sintetizzata la proposta di legge sul “trasferimento per fini riproduttivi di embrioni crioconservati in stato di abbandono”. Risalente alla scorsa legislatura, il testo è stato rilanciato oggi, alla Camera, nel corso della presentazione del X rapporto al Parlamento sulla legge 40/2004.

L’art. 1 della legge 40. Marina Casini, presidente del Movimento per la vita ha ricordato l’art. 1 della legge 40, che si pone due finalità: quella di “favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana”, ma anche quella di “assicurare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”. Il secondo fine dell’articolo in questione, tuttavia, stando alla relazione ministeriale, “presenta delle lacune”, ha detto la presidente del MpV. Ad oggi – ha spiegato – la differenza tra gli embrioni formati e quelli trasferibili sarebbe di 63milla e 600mila, il cui destino è attualmente avvolto dal mistero. Di qui la necessità – attraverso una legge – di individuarne alcuni disponibili alla “adozione per la nascita”, come “chiaramente indicato dal Comitato Nazionale di Bioetica nel 2005”. Secondo la Casini, “il merito della proposta in questione è di prendere le mosse dalla sentenza n.162/2014 della Corte Costituzionale che ha eliminato il divieto di fecondazione eterologa”. La presidente del MpV ha ricordato che i giudici hanno eliminato il divieto “per il suo carattere assoluto” e che “in caso di conflitto fra interessi e diritti contrapposti, come il desiderio dell’adulto di avere un figlio e il diritto alla nascita del concepito, il legislatore deve individuare un giusto bilanciamento”.

I rischi della fecondazione in vitro e le strade alternative. C’è poi un altro aspetto della legge 40 che, secondo il MpV, presenta delle lacune. Si tratta del secondo comma dell’art. 1, dove è stabilito che “il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è consentito qualora non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità”. Del resto, come ha ricordato il segretario del MpV, il dott. Giuseppe Grande, endocrinologo ed andrologo al Policlinico “A. Gemelli” di Roma, questa pratica è tutt’altro che una garanzia di successo. Il medico ha spiegato che solo il 13,3% delle coppie che vi ricorre ottiene un figlio e che, nel caso di donne con più di 43 anni, si scende al 2%. Il dott. Grande ha poi ricordato i dati ministeriali sui rischi che la precreazione implica per il concepito. “Di 100 embrioni formati, oltre 90 non nascono: cioè il 90% degli embrioni prodotti con queste tecniche viene perso”, ha detto Grande. Il quale ha poi citato la letteratura scientifica per dimostrare i rischi di salute che corrono i bambini nati da fecondazione in vitro. Il medico ha poi parlato di uno studio di pochi giorni fa apparso sul Journal of American College of Cardiology, “il quale ci dice che negli adolescenti concepiti da fecondazione in vitro, il rischio di ipertensione e invecchiamento dei vasi sanguigni è maggiore rispetto ai loro coetanei concepiti naturalmente”. Il dott. Grande ha poi spiegato che esistono “strade alternative a queste tecniche” e che “è doveroso percorrerle”. A tal proposito ha parlato dell’Istituto Scientifico Internazionale “Paolo VI” del Policlinico “A. Gemelli”, che intende proporre un percorso di terapia dell’infertilità di coppia. “Su 271 coppie che si sono rivolte all’Istituto – ha spiegato – 114 hanno avuto una gravidanza”.

La responsabilità parentale. Sulla legge è intervenuta una delle firmatarie, la senatrice Paola Binetti (Forza Italia), la quale ha posto l’accento sulla “responsabilità parentale” che deve avere una coppia che ricorre alla procreazione assistita nei confronti degli embrioni prodotti. “Fin quando l’età è fertile, la coppia può mantenere questa ‘responsabilità parentale’ – ha spiegato -, ma quando la coppia vi rinuncia, questi embrioni possono essere messi in adozione” perché “ci sono famiglie che sono disposte a farsi carico di queste vite”. Alla Binetti hanno fatto eco altri due firmatari del testo: gli on. Antonio Palmieri (Forza Italia) e Alessandro Pagano (Lega). L’esponente azzurro, in particolare, ha ricordato che la legge si snoda su due punti fondamentali: “l’accoglienza” e “la comprensione” delle coppie, specie delle donne, che non riescono ad avere figli e sul fatto che “tutti siamo stati embrioni”, pertanto abbiamo il dovere di avere cura di queste piccole vite.

“Modello Verona” su scala nazionale? A proposito di vita, In Terris, partendo dalla mozione approvata dal Consiglio comunale di Verona che impegna la città a sostenere le iniziative di associazioni che aiutano donne in gravidanze difficili, ha chiesto agli esponenti parlamentari presenti, se ritengono possibile attuare una sorta di “modello Verona” su scala nazionale. “Quella mozione – ha risposto la Binetti – non fa altro che ribadire quanto già è scritto nella prima parte della legge 194, ossia che vanno intraprese azioni per impedire che le donne abortiscano. Pertanto – ha proseguito la senatrice – la protesta delle femministe è stato un clamoroso boomerang”. Secondo Palmieri, “non sarebbe possibile replicare un ‘modello Verona’ perché manca una maggioranza parlamentare in grado di approvarlo”. Dal canto suo Pagano ha aggiunto un particolare: “Verona ha dimostrato che un partito si è trovato spaccato all’interno, dunque è evidente che le coscienze iniziano a scuotersi sul fatto che la vita parte fin dal primo istante del concepimento. Che una capogruppo comunale del Pd abbia manifestato la sua posizione pro-via è un fatto incoraggiante, che aprirà il fronte anche in altri contesti”. Federico Cenci (InTerris)