Cari studenti

Quello alla vita è il primo e fondamentale dei diritti dell’uomo. Esso non dipende dal riconoscimento delle leggi, ma si fonda piuttosto sul diritto naturale. Per questo è di ogni uomo, gli appartiene ontologicamente. Eppure, a rileggere la storia umana, il diritto alla vita si è declinato sempre a partire dalla prospettiva del più forte, fin dall’episodio dell’uccisione di Abele. Forza fisica, potenza militare, ricchezza, differenza di sesso, diversità etnica: sono diverse le pretese con cui si è tentato di giustificare le limitazioni del diritto alla vita. Quel che è certo è che, a partire da ognuna di tali prospettive, la vita dei più deboli ha potuto essere oltraggiata, percossa, violata, torturata, recisa.

Il disegno originale della creazione, tuttavia, non ha mai potuto essere completamente cancellato. Nel cuore di ogni uomo è rimasta la consapevolezza del proprio diritto o, viceversa, il senso dell’abuso che stava compiendo sul suo simile, creato come lui a immagine di Dio, fatto poco meno degli angeli, atomo dell’universo di cui pure –assicura il salmista- Dio si ricorda. Una consapevolezza o un giudizio morale fattisi ancora più forti dopo che Dio ha deciso prendere carne umana, consacrandone per sempre l’inalienabile dignità.

Da quel primo Natale, pur con tutte le pause e gli arretramenti, la storia dell’umanità, se osservata nel suo sviluppo secolare, mostra con chiarezza i tratti di un progressivo allargamento del perimetro di coloro a cui il diritto alla vita è riconosciuto. Il deforme non più condannato a essere gettato dal monte Taigeto, il bambino sottratto al potere di vita e di morte esercitato su di lui dal pater familias, la donna rispetto alla violenza del marito, lo schiavo rispetto al suo padrone, il bianco rispetto al nero, i popoli in via di sviluppo rispetto ai co­lonialisti: la storia umana è leggibile come il progressivo affermarsi dei diritti umani, a cominciare dal diritto alla vita.

Questo processo di tipo inclusivo sembra ora aver subito non solo una battuta di arresto, ma – peggio – una inversione di tendenza.

Non si tratta solo di quanto è accaduto nei regimi totalitari o sta accadendo negli spazi occupati dal fondamentalismo islamico. Anche nelle democrazie occidentali l’esistenza stessa di un diritto naturale viene contestata e diritti umani sono sostituiti dai diritti civili. La differenza non è da poco. Infatti, a differenza dei diritti umani che possono essere conculcati ma che appartengono a ogni uomo in quanto tale, i diritti civili esisto­no in quanto la società civile li riconosce. Nelle democrazie occidentali sono dunque soggetti al riconoscimento da parte della maggioranza dell’opinione pubblica e della politica.

A seconda del mutare dei tempi e delle condizioni, a seconda della forza delle correnti di pensiero, a seconda dei rapporti di forza in politica i diritti civili possono o meno essere riconosciuti.

La maggioranza decide di volta in volta chi ha diritto a superare l’asticella del riconoscimento dei diritti civili e chi no.

È così che anche il diritto primigenio, quello alla vita, ha finito per essere riconosciuto ad alcuni esseri umani, quelli riconosciuti come cittadini, e non ad altri.

Da alcuni decenni in quasi tutto il mondo, le legislazioni abortiste permettono di escludere dal consorzio civile i bambini non ancora nati. In tempi più recenti la possibilità di essere scartati è toccata agli embrioni prodotti con la procreazione artificiale e poi scartati. Ancora più di recente ha incominciato ad essere messo in discussione il diritto alla vita dei neonati malformati o gravemente prematuri.

Oggi tocca ai pazienti con disturbi prolungati di coscienza, come lo stato vegetativo. Non è assurdo ormai chiedersi se potrebbe domani toccare ad altre categorie considerate prive di dignità, come i gravi dementi, o ritenute inutili o di eccessivo peso per la società, come potrebbero rivelarsi i grandi anziani in una società troppo invecchiata.

La vita è dunque ancora un diritto? O non sta invece trasformandosi in un privilegio dei più forti, dei più sani, dei più ricchi, di quanti comunque hanno peso nel dibattito sociale, culturale e politico?

Una riflessione approfondita e una presa di coscienza delle nuove generazioni e della futura classe dirigente rispetto a questi inquietanti interrogativi diventa sempre più opportuna e necessaria.

Gian Luigi Gigli, Presidente del Movimento per la Vita Italiano

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