Caro direttore, intervengo nel dibattito in corso su Avvenireperché da medico, anestesista- rianimatore per 20 anni e da 11 anni palliativista e direttore di un Hospice, mi sento di dire che il disegno di legge «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento », così come è strutturato, presenta molte più ombre che luci e sembra rispondere più a logiche politiche e ideologiche che cliniche e funzionali alle persone sofferenti. Credo anzi che se si trattasse realmente di garantire il consenso ai trattamenti e di evitare l’accanimento terapeutico non sarebbe proprio necessaria una legge, che tra l’altro non può prevedere tutte le possibili situazioni cliniche in cui ci si può venire a trovare. Infatti basterebbe applicare l’articolo 32 della Costituzione («Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge ») e l’articolo 16 del Codice di deontologia medica («Procedure diagnostiche e interventi terapeutici non proporzionati ») per garantire un corretto rapporto fra curante e curato, per garantire il rispetto dell’autonomia del paziente ed evitare trattamenti non giustificati, non proporzionati e dannosi. È già un dovere di ogni medico, e soprattutto di quei medici che si tro- vano spesso ai confini tra la vita e la morte, decidere sulla base delle proprie competenze e delle conoscenze scientifiche del momento, e quindi proporre al paziente o al suo nucleo familiare il trattamento più appropriato, più utile (e quindi non ‘futile’) alla situazione clinica attuale.

Questa situazione può essere frutto di una lunga storia di malattia, durante la quale si può pianificare il percorso di cure appropriate, oppure può verificarsi più o meno improvvisamente, con decisioni affidate alla valutazione dell’équipe curante, spesso del Pronto soccorso o di Rianimazione, che non può prevedere l’esito del soccorso e delle cure e deve dedicarsi alla salvaguardia della vita. Chi può dire quante vite sono state salvate dal progresso e dall’affinamento delle tecniche di rianimazione, dai trapianti d’organo e dalle tecniche di supporto vitale, in via di continua evoluzione? Certo l’applicazione di queste tecniche può anche determinare un’evoluzione sfavorevole che non si conclude con la morte ma con una disabilità più o meno grave. Qui si pone il problema di decidere volta per volta l’opportunità e la proporzionalità delle cure proposte e applicate, non certo di costringere il medico se scegliere tra l’applicare meccanicamente le Dat, negando al paziente interventi salvavita, e disattenderle, rischiando di essere chiamato a rispondere in caso di esito insoddisfacente.

Per le patologie cronicheevolutive soprattutto neurologiche, così come per le ma-lattie tumorali, sarebbe preferibile spostare il piano dalle Dat alle cure palliative. Il loro sviluppo nel nostro Paese, grazie alla legge 38/2010 «Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore» (questa sì una legge d’avanguardia in Europa!), rappresenta un’ulteriore garanzia per assicurare ai pazienti cure proporzionate evitando accanimenti inutili e gravosi. Il dolore, che fa più paura della morte stessa, può oggi essere sempre controllato con terapie appropriate e, a fronte di una sofferenza intollerabile, è possibile applicare la sedazione palliativa e rendere gli ultimi giorni di vita più dignitosi.

Credo poi che la parte del disegno di legge sulla nutrizione e l’idratazione artificiali sia fuorviante, perché esistono già linee guida di varie società scientifiche che pongono le indicazioni e i limiti del trattamento sostitutivo. È chiaro, ad esempio, che all’approssimarsi del fine vita, quando anche naturalmente viene meno il bisogno di mangiare e di bere, non ha indicazione un trattamento sostitutivo artificiale. Quando però, nonostante la gravosità della malattia, l’aspettativa di vita è lunga, a volte di anni, la sospensione della nutrizione e dell’idratazione diventerebbe la causa primaria della morte configurandosi quindi come una forma di eutanasia omissiva o di suicidio assistito, che tutti però dicono non essere oggetto del progetto di legge, e che sono anche in contrasto con l’articolo 17 del Codice di deontologia medica («Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte»). Non è definendo nutrizione e idratazione artificiali ‘terapie mediche’, piuttosto che sostegno vitale, che le si rendono ‘cattive’ compagne del paziente, così come non lo sono gli strumenti che le veicolano (sondini, cateteri e quant’altro). È proprio la preoccupazione del legislatore di mettere al riparo il medico dal codice penale che lascia più dubbi sulla natura eutanasica della sospensione di cure che si vorrebbe autorizzare.

Marcello Ricciuti, Presidente MpV Potenza

Avvenire-Ricciuti DAT 121217