Cari amici,

a conclusione di questa importante tre giorni, che ci ha visto radunati a Milano così numerosi, spetta a me cercare di coglierne in modo sintetico il significato complessivo, riassumendo la ricchezza dei contributi qualificati che l’hanno caratterizzata, dipanandosi lungo un itinerario pensato in modo tutt’altro che casuale.

Un compito non facile, reso ancor più difficile dalla collocazione di questo mio intervento subito a ridosso di quello con cui Carlo ha ripercorso la storia più che quarantennale del nostro Movimento, soffermandosi sugli eventi più significativi che lo hanno segnato.

Una storia gloriosa, frutto della tenacia dell’impegno e della fede di tante donne e uomini innamorati della vita che con autentica passione civile hanno saputo farsi carico di un tema scomodo in un modo ostile. Una storia vissuta, come Carlo ha ricordato, sotto lo sguardo attento e premuroso di due santi come Giovanni Paolo II e di Madre Teresa di Calcutta che al Movimento hanno fatto dono della loro ispirazione, del loro sostegno e della loro amicizia.

Soffermarsi a guardare indietro, se ci aiuta a non smarrire la strada ed è fonte di conforto nelle difficoltà, non basta tuttavia ad attrezzarci per rispondere alle sfide del presente. Noi invece, proprio perché consapevoli dell’eredità ricevuta, abbiamo il compito di non congelarla, finendo per dissiparla, come coloro che dopo aver ricevuto in eredità cospicue ricchezze hanno pensato di poter vivere di rendita. Piuttosto, dobbiamo guardare avanti pensando a come accrescere l’eredità di cui siamo portatori, consapevoli di un passato glorioso, ma proiettati verso il futuro, eredi desiderosi di vivere ancora da protagonisti.

Il protagonismo, se non vuole essere velleitario, deve tuttavia prendere atto con realismo dei cambiamenti sopravvenuti, come lucidamente ci hanno aiutato a fare in questi giorni Diego Fusaro e Marco Tarquinio.

In quarant’anni, infatti, è cambiata profondamente la società, che manca sovente delle categorie culturali per la comprensione stessa dei temi da noi proposti. Oggi, ad esempio, petizioni e raccolte di firme come quelle da noi effettuate in passato, sarebbero addirittura improponibili. Vi è un tessuto umano, culturale e sociale che chiede di essere ricostruito.

Insieme alla società è mutata anche la rappresentanza politica, rispetto alla quale solo persone fuori dal contesto possono pensare di invocare battaglie per riaprire il dossier della 194, che nella sua iniquità è rimasta, paradossalmente. l’ultimo baluardo rispetto all’aborto libero da esercitare come diritto civile.

È cambiata profondamente, infine, la Chiesa stessa che, se rimane in tutto il mondo il maggiore alleato di tutti i pro-life, da un lato sembra aver messo in sordina, per molti sacerdoti e vescovi, i temi politicamente scorretti per paura di essere segno di contraddizione e pietra di inciampo, preferendo occuparsi di argomenti meno divisivi, mentre dall’altro ci invita giustamente, come fa il Papa, a collegare la difesa della vita nascente e di quella morente al tema più generale della promozione della vita a tutte le età e in tutte le condizioni che le fanno violenza.

Se questi sono alcuni dei cambiamenti sopravvenuti, non è mutata però la sfida a cui siamo chiamati a dare risposta: la vita è un bene prezioso, da difendere e promuovere sempre. I cambiamenti ci obbligano, però, a cambiare le modalità della risposta che oggi, non può essere identificata con ciò che noi auspicheremmo, con ciò che il mondo anglosassone chiama “wishfulthinking”: la confusione cioè tra i dati di realtà e i propri desideri. Oggi è inutile e talora controproducente diffondere proclami o piantare bandiere. Oggi, più che mai, sono necessarie azioni positive.

Nel deserto dell’umano che ci circonda, la ricostruzione parte dalla fondazione di isole di convivenza umana in grado di mostrare la bellezza e l’umanità di una vita diversa. Isole come il monastero fondato a Squillace da Cassiodoro, in cui si tentò di gettare ponti tra la cultura classica e quella cristiana, tra l’oriente greco e l’occidente latino, tra romani e goti, tra cattolici ortodossi e dominatori ariani dominanti. Cassiodoro chiamò significativamente “Vivarium” il suo monastero, cioè vivaio di nuove piante e all’idea del vivaio fa riferimento anche il nostro convegno, vivaio in cui mettere a dimore le piantine del nuovo umanesimo. Come all’epoca dei barbari, quando le fondazioni monastiche benedettine realizzarono esperienze di umanità nuova capaci di assumere il meglio del mondo antico e di irradiare la cultura, il lavoro e l’economia che permisero all’Europa di risorgere. Lavorando insieme noi possiamo “essere speranza per l’Europa, una vecchia signora che ne sembra priva, paurosa di generare, occupata a scartare ogni situazione di fragilità” (S.E. Mario Delpini nell’omelia di ieri).

 

Ripartire dai diritti umani

Parlare di nuovo umanesimo chiede, tuttavia, di interrogarsi sul fondamentale quesito: Chi è l’uomo? Chiede cioè di riflettere preliminarmente sulla questione antropologica.

L’uomo vivente, che per noi è fatto a immagine di Dio ed è gloria di Dio, è però perla preziosa ma fragile. Non soltanto, nella sua fragilità è impastato di peccato, troppo spesso pronto ad aggravare le fragilità dei suoi simili.

Solo ripartendo dalla consapevolezza del valore dell’uomo possiamo immaginare per ognuno di noi relazioni sociali più umane e piene di significato.

Siamo chiamati anzitutto, dunque, a suscitare nei nostri simili lo stupore per la grandezza di ogni vita umana, senza il quale sarà impossibile far entrare nella nostra società il riconoscimento dell’eguaglianza di fronte ai diritti fondamentali.

È a partire dall’antropologia che è possibile rivendicare il primato dei diritti umani sui diritti civili. I primi appartengono ontologicamente ad ogni membro della specie umana e chiedono solo di essere riconosciuti dalla società e dalle sue Istituzioni. I secondi, invece, frutto del consenso, concessi a seconda dell’ampiezza del perimetro della cittadinanza definito da chi esercita il potere.

È a partire dall’antropologia che è possibile riaffermare il primato della comunità come luogo di relazioni tra le persone, rispetto alla società massificata di individui caratterizzati da identità sbiadite e indistinte, automi del “Mondo nuovo”, schiavi del potere anonimo che li ha privati della patria, della comunità sociale, della stessa famiglia, finanche della certezza e definitività della propria identità sessuale.

Questo è lo specifico contributo che noi possiamo e dobbiamo apportare allo sviluppo di un nuovo umanesimo: ripartire dai diritti umani, ripartire dal diritto alla vita.

Se incapaci di questo giudizio e di questa proposta culturale, il nostro impegno, per quanto generoso, rischia di tradursi solo in assistenzialismo; la nostra bontà rischia di glorificare solo noi stessi; la nostra opera si trasformerà da testimonianza della verità della proposta, quale vogliamo che sia, in supplenza per le inadempienze delle pubbliche strutture, una supplenza non richiesta e poco riconosciuta, una supplenza che serve solo a coprire la disumanità della società dei diritti civili.

 

Il lavoro di animazione culturale

È per questo che, sommessamente e con il massimo rispetto per quanto state facendo, mi permetto di richiamare tutti i CAV alla priorità del lavoro di animazione culturale dell’ambiente in cui viviamo, consapevoli del fatto che, senza la nostra presenza, senza la nostra specifica proposta culturale, per il cittadino medio sarebbe molto difficile sviluppare una posizione diversa e critica rispetto al pensiero dominante, se non in virtù del naturale senso dell’umano che non è mai del tutto sradicabile e che malgrado ogni tentativo di anestetizzarlo porta spontaneamente a riconoscere ciò che è evidente, e cioè che anche l’embrione, il disabile, il demente, la persona in stato vegetativo sono parte dell’umano consorzio, sono uno di noi, malgrado ogni tentativo di negarlo.

Un lavoro di animazione culturale da fare con realismo e con efficacia, ma senza perdere il coraggio della profezia.

 

L’impegno nell’ambito educativo

Un ambito particolare del lavoro culturale è quello che riguarda l’educazione.

Educazione che non significa solo mondo della scuola, ma che investe anche le figure significative della società. Che riguarda gli educatori stessi, i docenti, i sacerdoti di oggi e quelli di domani, spesso privi degli strumenti di conoscenza minimi nel campo delle minacce alla vita. Impegno che riguarda noi stessi come volontari del MpV.

Parlare di educazione tuttavia significa parlare anzitutto di nuove generazioni, significa riuscire a parlare alle nuove generazioni. Significa forse riconvertire i nostri CAV a servizio delle nuove generazioni. Offrendo loro spazi di esperienza come il servizio civile o l’alternanza scuola-lavoro (vedi relazione di Andrea Sebastiani), ma anche partecipando alla loro educazione, intervenendo nella scuola con proposte formative, avviando iniziative pubbliche per i giovani, collaborando con le associazioni dei genitori e degli studenti.

Se non investiamo in questo campo, la prevenzione dell’aborto ci scappa di mano. La nostra utenza sta cambiano, abbiamo riflettuto in questi giorni, e con essa si riducono gli spazi e il significato del nostro modello tradizionale di CAV.

Come abbiamo avuto modo di ascoltare dai dati presentati in questi giorni, ai nostri sportelli tradizionali bussano soprattutto donne povere e straniere in cerca di una risposta assistenziale. Ci sfugge invece gran parte dell’utenza italiana che non viene a bussare in cerca di aiuto. All’inverso, sono prevalentemente italiane le donne che chiamano il numero verde di SOS Vita o che si rivolgono alle nostre volontarie in chat (vedi relazione di Maria Luisi Ranallo).

Sono soprattutto ragazze che chiamano per la paura di essere restate incinte, talora dopo rapporti di tipo occasionale. Sono le stesse ragazze che fanno impennare le vendite delle pillole dei giorni dopo, spacciate come contraccettivi d’emergenza, spesso inconsapevoli della loro azione abortiva precoce.  Rispetto a questo universo femminile, i nostri CAV attuali sono del tutto impotenti, mentre si impone in tutta la sua urgenza l’azione educativa.

Occorre mostrare alle adolescenti (e agli adolescenti maschi!) la vacuità e la pericolosità di alcuni comportamenti, il senso di vuoto e di solitudine che essi lasciano in chi li pratica. Meglio ancora, occorre proporre ai giovani modelli e stili di vita più veri e quindi più umani, a livello personale e nella vita di relazione, la bellezza di una sessualità armonica, non oggetto di consumo, ma parte inscindibile di una relazione, attenta alla trasmissione della vita e rispettosa del frutto dell’amore.

Partecipare all’opera educativa del nuovo umanesimo significa anche dotarsi di strumenti validi ed efficaci di educazione, non solo perché consapevoli del tempo che i giovani trascorrono sulla rete, ma anche perché nessuno strumento educativo è efficace se non raggiunge il target per cui è stato pensato.

 

Per una società più inclusiva

Costruire il nuovo umanesimo significa anche contribuire alla costruzione di una società più inclusiva. In parte già lo facciamo. Le donne immigrate costituiscono già i tre quarti della nostra attuale utenza. Una percentuale che, se è in parte gonfiata dalla nostra incapacità di intercettare le italiane (vedi sopra), segnala anche il rischio della deriva assistenzialistica che ho richiamato all’inizio. Una percentuale, tuttavia, che denota anche un problema reale, rispetto al quale siamo chiamati a dare risposte, certamente assistenziali, ma anche educative, non dimenticando che per alcune culture la vita sessuale promiscua non costituisce problema, mentre per altre, come per le donne provenienti dall’Europa Centro-Orientale, l’aborto è metodo di controllo delle nascite radicatosi profondamente in 70 anni di comunismo.

Si tratta di un problema reale, rispetto al quale siamo chiamati a dare risposte anche per un motivo più profondo. Se il sostegno alla gestante in difficoltà è certamente tratto significativo del nuovo umanesimo integrale, ancor più lo è il sostegno alla gestante in difficoltà profuga o immigrata.

La nostra attività a favore delle migranti incinte è importante perché esse costituiscono una sorta di paradigma della cultura dello scarto. La difesa della vita passa, infatti, attraverso le loro persone a tanti livelli: tratta, abusi, stupri, prostituzione, aborti forzati, infanticidio per ignoranza delle nostre leggi sul parto in anonimato e delle culle per la vita. Nelle immigrate si concentrano dunque molti dei fronti aperti nella nostra lotta alla cultura dello scarto. Le migranti che passano le nostre frontiere portano segnata nella loro carne la nuova frontiera della difesa della vita (come abbiamo scritto nel titolo dell’intervento affidato a Mons. Giancarlo Perego).

Anche su questo fronte, in un Paese sempre più a rischio di razzismo e xenofobia, la nostra opera a favore della vita può essere un segno di civiltà, la nostra testimonianza può contribuire a costruire una società più inclusiva.

 

Contribuire a ‘rammendare’ un Paese lacerato

Come ci ha invitato a fare il Presidente della CEI e come ho scritto nell’editoriale per il numero di ottobre scorso del mensile di Avvenire ‘NOI Famiglia&Vita’, “la cultura della carità è anche sinonimo della cultura di una vita, che va difesa sempre: sia che si tratti di salvare l’esistenza di un bambino nel grembo materno o di un malato grave; e sia che si tratti di uomo o una donna venduti da un trafficante di carne umana”. Per questo, “non è auspicabile che, nonostante le diverse sensibilità, i cattolici si dividano in «cattolici della morale» e in «cattolici del sociale». Né si può prendersi cura dei migranti e dei poveri per poi dimenticarsi del valore della vita; oppure, al contrario, farsi paladini della cultura della vita e dimenticarsi dei migranti e dei poveri, sviluppando in alcuni casi addirittura un sentimento ostile verso gli stranieri. La dignità della persona umana non è mai calpestabile e deve essere il faro dell’azione sociale e politica dei cattolici” (Card. Gualtiero Bassetti).

Il Movimento per la Vita perderebbe la sua verità se si lasciasse intrappolare e magari dividere negli schemi del bipolarismo che ha avvelenato la politica e la società. Occorre che restiamo uniti e sintonizzati sulla lunghezza d’onda indicata dal Presidente della CEI: promuovere e difendere a 360° il valore e la dignità della vita umana, di ogni vita e in ogni fase della sua esistenza, aiutando a “rammendare” il tessuto dell’Italia e superando l’artificiosa dicotomia tra impegno per la giustizia sociale e proclamazione della verità antropologica. Ne va della credibilità della nostra proposta.

 

Alla fine della vita

Infine, consentitemi di dire ancora una volta che la frontiera del nuovo umanesimo passa inevitabilmente anche per gli anziani. Il combinato-disposto di denatalità e invecchiamento sta già consentendo ai sostenitori dei diritti civili di affermare la mancanza di dignità della condizione di vita del paziente anziano demente. Non è azzardato immaginare che prima o poi incominceranno anche da noi le pressioni per il suicidio assistito dell’anziano che vuole uscire di scena all’affacciarsi di un declino cognitivo progressivo e inarrestabile, soprattutto se gravato dalla solitudine o dalla consapevolezza di essere di peso per i suoi cari.

 

Rinnovare l’organizzazione e potenziare rete: l’opportunità della Riforma del Terzo Settore

Ho cercato di delineare alcune e solo alcune delle trasformazioni in atto rispetto alla frontiera della vita. Trasformazioni rispetto alle quali il rimpianto dei bei tempi perduti è sterile, così come appare inefficace e velleitaria la riproposizione di affermazioni di principio, rispetto alle quali, come ho detto, mancano ormai nella società anche gli strumenti di comprensione.

Rispetto alla passione che ci anima, sarebbe limitato un orizzonte che ci vedesse ridotti a parlarci tra noi.

Per questo, se da un lato giudico potenzialmente rischiosa la sfida della riforma del Terzo Settore, dall’altro la reputo un’opportunità da cogliere, per uscire dal guscio del consolidato, dell’ “abbiamo fatto sempre così”, del piccolo è bello, dell’autoreferenzialità, dell’approssimazione che si autogiustifica per il fatto di compiere comunque del bene.

Della riforma abbiamo diffusamente parlato in questo Convegno (vedi in particolare gli interventi di Roberto Museo e del Sottosegretario Luigi Bobba). La porta stretta della riforma costringerà le nostre associazioni locali a vestirsi di abiti meno ritagliati su misura, a una gestione più consapevole del fatto che la personalizzazione, anche se motivata dallo stato di necessità, produce il circolo vizioso dell’ossidazione, della chiusura anche solo psicologica, della mancanza di ricambio. La riforma ci costringerà anche a una documentazione e rendicontazione più trasparente, che non è ostacolo, ma garanzia del bene operare. Soprattutto, la riforma ci stimolerà ad un impegno più continuativo per una formazione più solida, costringendo anche i più restii a uscire dalla logica dello spontaneismo.

La formazione ad intra, rivolta cioè ai nostri soci e ai nostri volontari, rappresenta in fondo lo specifico, per quanto ci riguarda direttamente, dell’opera educativa che ho cercato precedentemente di delineare. Senza questa formazione interna la nostra proposta non è capace di rendere ragione della speranza che pure portiamo al mondo. Esistono invece, anche solo per ragioni anagrafiche, ampie sacche di persone, all’interno del movimento, che non reggerebbero il dibattito sui temi della vita neanche in una discussione tra amici.

Non si tratta di sottovalutare la forza delle motivazioni, la forza cioè della bontà. Si tratta di comprendere che i nostri tempi e le leggi ci chiedono di coniugare bontà e professionalità, comprendendo che senza formazione saremo esclusi dal registro degli Enti del Terzo Settore.

Infine, la Riforma, costringendoci ad entrare in una rete di volontariato, ci spinge a rendere più solida la nostra rete, a comprendere che se non faremo rete il nostro peso culturale e sociale si ridurrà inevitabilmente.

Annodare la rete tra di noi e con gli altri significa superare la logica autoreferenziale e localistica, riconoscere l’importanza della nostra organizzazione nazionale e delle nostre federazioni regionali, comprendere che senza di esse l’attività formativa diventa più difficile e di minor qualità, capire che senza la rete non è possibile l’amplificazione del messaggio e diventa meno efficace la comunicazione della cultura della vita e delle opere che essa è capace di generare, rendersi conto che, senza un Movimento Nazionale sufficientemente forte da essere riconosciuto dal Ministero del Welfare come rete, l’attività di verifica delle nostre associazioni locali sarà svolta da soggetti estranei e non necessariamente simpatetici con lo spirito che ci anima. La riforma può costituire un’opportunità per lavorare insieme a costruire un Movimento per la Vita nazionale forte e autonomo, autonomo anche finanziariamente.

Chiediamoci dunque se davvero ci sentiamo parte di questa rete, se lavoriamo per costruirla, se comprendiamo che senza un forte movimento nazionale, non solo il fronte della vita risulterebbe estremamente indebolito, ma le stesse nostre associazioni locali non sarebbero in grado di tenere il confronto con gli enti pubblici e sarebbero messe nell’angolo. Chiediamoci se siamo immuni dal rischio dell’autoreferenzialità, se ci vogliamo bene o sparliamo gli uni degli altri, se siamo disposti a riconoscere e valorizzare al massimo la proposta dell’altro, rinunciando a dare valore assoluto solo alle nostre idee, al ‘Vangelo’ secondo noi stessi, accogliendo l’invito di Paolo ripropostoci ieri da Marco Giordano: “Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Rm 12:10 ).

 

Da movimento per la vita a vite in movimento.

Ricorre quest’anno il 50° Anniversario della prima legge sull’aborto in occidente. Introdotto progressivamente secondo un metodo gradualistico, l’Abortion Act del Regno Unito ha finito per modellare tutte le legislazioni europee e quella americana, producendo un profondo mutamento dei costumi ed il pervertimento della professione medica.

Il 22 maggio del 2018 ricorrerà il 40° anniversario della legge 194/1978, una ricorrenza importante che non mancheremo di sottolineare con un grande evento per proporre alla società italiana tutta una riflessione su quanto la 194 ha significato e per proporre un dialogo per limitarne le conseguenze devastanti in una società che sembra ormai incamminata verso l’inverno demografico e nella quale mancano all’appello 6 milioni di italiani, morti  vittime dell’aborto prima di poter vedere la luce.

A quarant’anni di distanza è sempre più evidente che la società ha bisogno della nostra profezia e della nostra testimonianza operosa.

La Chiesa stessa ha bisogno di noi, per resistere culturalmente allo svuotamento di significato a cui la si vorrebbe condannare, per aiutare a colmare i deficit culturali di molti sacerdoti sui temi della vita, per infondere coraggio ad alcuni suoi pastori.

Di fronte a questo scenario occorre disegnare nuove modalità di risposta. Ognuno di noi è comprensibilmente affezionato ai suoi stereotipi e modelli, ma occorre chiedere il dono della fantasia e dell’adattamento. Dobbiamo essere anzitutto capaci di cambiare noi, per poter reggere le nuove sfide e rispondere alle nuove esigenze. Cambiare non certo negli ideali, ma nei comportamenti e nei messaggi.

Come negli anni ‘70, di fronte al bisogno non ci siamo detti cosa c’entravamo noi, ma abbiamo offerto una risposta e una compagnia, così oggi in un contesto mutato, in un deserto culturale e spirituale ancora più arido, dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione le nostre strutture, revisionarle profondamente, se necessario, crearne di nuove e diverse, comprendendo fino in fondo che la battaglia contro l’aborto e l’eutanasia si gioca sempre più sul piano della prevenzione.

Una prevenzione sempre più anticipata, che riguarda l’educazione e le politiche familiari che passa attraverso la presenza pubblica e i nuovi strumenti di comunicazione. Che passa soprattutto sul nostro sentirci difensori della vita sempre, nella scuola, nel lavoro, in parrocchia e al bar, negli scritti e nei gesti, nell’azione politica.

Occorre sentire questa urgenza a livello personale ed occorre insieme sentire l’urgenza di annodare la rete tra di noi e con gli altri per rendere ascoltabile il nostro messaggio, affinché non diventi  fragile e insignificante.

Affinché il Movimento per la Vita non perda di significato, occorre che la vita di ognuno di noi si metta in movimento, passare dall’atteggiamento dell’attesa per chi bussa alla nostra porta a quello della missione, della ricerca, andando a incontrare e proporre.

 

Dove la disumanità avanza, noi testimoniamo ricostruendo l’umano

Siamo sfidati da una cultura centrata sulla sovranità dell’uomo, in cui l’individualismo si combina con lo “spregiudicato materialismo che caratterizza l’alleanza tra l’economia e la tecnica, e che tratta la vita come risorsa da sfruttare o da scartare in funzione del potere e del profitto” (Papa Francesco alla PAV). A noi è affidato proprio il compito di “resistere all’anestesia e all’avvilimento dell’umanesimo”, prodotto del pensiero unico, accompagnando la vita umana in tutto il suo percorso. Un compito esaltante, all’altezza solo di “uomini e donne liberi e appassionati”, preparati e attrezzati in un momento in cui non solo si moltiplicano le sfide, ma stanno cambiando il profilo del volontario e l’utenza stessa dei nostri CAV, e mentre è in corso la riforma del Terzo Settore.

È in corso una gigantesca trasformazione sociale che porterà inevitabilmente a relazioni più disumane. Rispetto a questa trasformazione grava su di noi il compito della denuncia, del giudizio, dell’aiuto allo sviluppo di un pensiero critico, ma soprattutto grava su di noi il compito della testimonianza: il dovere, cioè di testimoniare che un mondo più umano è possibile e che noi lo stiamo già costruendo. Dove la disumanità avanza, noi testimoniamo ricostruendo l’umano.

Mille CAV in movimento sono forse una pretesa eccessiva, ma in almeno 500 ben strutturati è necessario ritrovarci, se vogliamo essere riconosciuti dal Ministero del Welfare come una rete nazionale di grande respiro. Siamo una grande e bella realtà. Dobbiamo riuscire a farcela.

Grazie a quanti hanno collaborato per l’organizzazione e la riuscita di questo importante appuntamento. Buon viaggio di ritorno a tutti.

Gian Luigi Gigli, Presidente del Movimento per la Vita Italiano

 

 

Relazione conclusiva (.pdf)