Difesa della vita, la Lombardia c’è. E continua a macinar primati. I dati snocciolati ieri al 37° Convegno nazionale dei Centri di aiuto alla vita, in corso proprio a Milano, lo conferma: siamo la regione italiana in cui, anche nel 2016, si è registrato il maggior numero di bimbi nati grazie all’impegno dei volontari dei Cav. Sono stati 3.431 sugli 8.301 salvati a livello nazionale, cioè più di un terzo. E allargando lo sguardo, i numeri sono ancora più impressionanti: 52mila i bambini che non dovevano venire al mondo, e che invece sono nati, in vent’anni. L’equivalente di una città come Gallarate, o Rho, che altrimenti non esisterebbe.

Così come, nei centri dislocati tra il capoluogo e le altre province, s’è registrato anche il maggior numero di gestanti assistite: 6.016, a cui vanno aggiunte le altre donne che hanno chiesto aiuto per qualche difficoltà ai centri, oltre 7mila. «Occorre un nuovo umanesimo che incominci ad essere presente già qui e ora, nel presente della storia – ha detto aprendo il convegno di Milano ieri il presidente del Movimento per la vita, Gian Luigi Gigli – grazie a donne e uomini capaci, dove la disumanità avanza, di testimoniare ricostruendo l’umano, di generare pensieri e azioni oltre la corrente». Concretezza, insomma, come quella messa in campo oltre agli storici Cav milanesi (Mangiagalli il più riconosciuto grazie all’opera instancabile della sua fondatrice Paola Bonzi), da quello di Como, la cui bella esperienza è stata raccontata ieri dalla presidente Daniela Matarazzo: «Ogni anno bussano alla nostra porta un centinaio di donne. Ognuna di loro ha una storia difficile alle spalle: abusi, violenze, paura, rifiuto. È di ascolto e accoglienza che hanno bisogno innanzitutto, e non li trovano altrove». Il telefono di Daniela è acceso h24: assieme al Cav nel lavoro di promozione della vita lavorano 3 comunità e 15 dipendenti, fra cui un manipolo di giovani educatrici arrivate a Milano taccuino alla mano «per imparare – spiega Daniela – , perché se vogliamo dare una risposta sempre pronta, e sempre efficace, a chi ci chiede aiuto dobbiamo essere formati, accrescere le nostre professionalità».

Professionalità alla prova anche nella casa di accoglienza storica di Belgioioso, la prima fondata in Italia nel 1979 (oggi sono 40 in tutto il Paese). C’era allora, e c’è oggi col suo impegno instancabile, Giovanna Vitali: «Nelle donne ho visto cambiare l’Italia. Prima la gravidanza era il problema, il motivo per cui arrivavano da noi – racconta – e ci venivano volontariamente. Oggi spesso a mandarcele sono i tribunali, o i servizi sociali: si tratta di realtà ancora più problematiche, perché prima ancora che sul valore della vita dobbiamo convincerle a stare qui». Nonostante le difficoltà, soprattutto con le migranti di origine nigeriana (spesso prive anche di documenti) la casa macina numeri da capogiro: 1.229 i bambini assistiti fin qui, e oggi anche 4 case dedicate unicamente ai minori che dialogano con la principale. Su 1.054 vite salvate, e l’impegno di decine di giovani volontari, conta anche il Centro di aiuto alla vita di Busto Arsizio.

Avvenire_2017-11-11_01