Servono, i Centri di aiuto alla vita. Eppure l’accezione più nobile e generica del termine, quella di “servizio” (e di servizio pubblico, in questo caso), non dice ancora abbastanza. Servono le donne e le madri, i Cav, prima di tutto nel senso dell’ umile e concretissimo “servire”, farsi strumento materiale di aiuto. Mescolati con la realtà, abitati da persone in carne e ossa che incontrano e accolgono altre persone, più che mai bisognose. Andrebbero letti così i dati che da domani a domenica – come ogni anno – verranno snocciolati dal Movimento per la vita in occasione del 37° convegno nazionale dei Cav, in programma per l’ edizione 2017 a Milano. Perché a queste porte, e in questi spazi spesso tenuti in vita soltanto grazie alla passione instancabile dei volontari, nel 2016 hanno bussato oltre 30mila donne, 13mila delle quali in gravidanza, 17mila no. Cosa significa? Che di aiuto concreto c’ è bisogno. Pensare che sulla maternità, e sulla condizione del genere femminile, nel nostro Paese si continuano soltanto a spendere parole. Più spesso, polemiche. Vengono in mente quelle sulle molestie, sulle violenze, sugli aborti che sarebbero negati e che invece andrebbero garantiti, sui medici che dovrebbero praticarli e invece deciderebbero troppo spesso di non farlo, sulle fecondazioni artificiali difficili e gli uteri in affitto impossibili. Delle donne si parla, ma nel frattempo le donne vivono. E hanno bisogno d’ aiuto. Succede più spesso, è ovvio, quando si aspetta un bambino: e non si ha un posto fisso, non si ha casa, non si hanno i soldi per arrivare a fine mese, non si ha un uomo al proprio fianco. Italiane o straniere, che importa: le storie – nei Centri di aiuto alla vita lo sanno bene – sono uniche e irripetibili ma finiscono anche per assomigliarsi, spesso al punto da sovrapporsi. Perché davanti a una mano tesa, a qualcuno che interviene, la maggior parte delle storie finisce con un “sì”. In 8.301 casi, nel 2016, quel sì ha fatto nascere una vita. Oltre 8mila bambini, che sommati a quelli conteggiati dal Movimento per la vita a partire dal 1975 (l’ anno di fondazione del primo Cav a Firenze) compone la cifra incredibile di oltre 190mila vite salvate. Si capisce che non è un mero esercizio narcisistico. Concretamente, oltre che aiutare le donne, l’impegno dei Cav ha riempito le culle d’ un Paese che invece le svuota inesorabilmente, al ritmo di oltre il doppio (17mila in meno nel 2015, 12mila nel 2016). «Se con i nostri mezzi riusciamo a fare quello che facciamo – ragiona il presidente del Movimento per la Vita Gian Luigi Gigli – cosa potrebbe fare la nostra società se riconoscesse che l’ aborto può in molti casi essere prevenuto, e desse dunque i mezzi per farlo? Si salverebbe ogni volta non solo la vita di un bambino ma anche la qualità della vita della madre per gli anni a venire, oltre a curare l’ Italia della decrescita demografica». Le sfide, nel frattempo, si sono moltiplicate. Dai Cav (oggi 349 sparsi su tutto il territorio nazionale) sono nate le Case di accoglienza, dove le donne oltre a essere aiutate sono anche ospitate quando non possono vivere la gravidanza e i primi mesi di vita del bambino in sicurezza e serenità: all’ inizio erano le case dei volontari, ora sono anche strutture più capienti e organizzate, 41 immobili con quasi 400 posti letto disponibili. Offrire una possibilità a una mamma e a un figlio, ogni giorno, costa appena 50 euro. Tanto poco, basta, alla vita. Appendice dei Cav, continua con successo anche l’ esperienza del servizio «Sos Vita», telefonico o via chat, dove le donne possono chiedere consulenza prima di rivolgersi direttamente a un centro, e dove sempre più spesso a chiamare sono le giovani, chiedendo consiglio sulla pillola del giorno dopo o su quella dei 5 giorni dopo. E tanto bene ha fatto, nelle zone terremotate del Centro Italia, il Camper della vita: un Cav mobile pensato per aiutare le donne e le mamme tra gli sfollati proprio là dove hanno bisogno. Per non parlare del costante impegno al fianco delle donne straniere, quasi l’ 80% delle utenti dei centri: dimenticate, invisibili, persino trasformate in un bersaglio dalle campagne d’ odio che negli ultimi mesi hanno infiammato parte dell’ opinione pubblica. Anche del loro bisogno concreto, che si intreccia spesso con quello della mancata accoglienza e della difficile integrazione, si fanno carico i Cav. Servendo in questo caso lo Stato (con le sue mancanze), oltre che le donne. Eppure, anche nel 2017, anche dopo 42 anni, il ruolo dei Cav resta ancora da riconoscere, in primis proprio dalle istituzioni che troppo spesso attribuiscono ai centri soltanto la funzione di meri “sportelli di assistenza”. Questo patrimonio di tutti, e per tutti, merita d’ essere riconosciuto.

AVVENIRE_09-11-2017