Il no della Consulta alla sperimentazione sugli embrioni umani: salvo per ora il divieto previsto dalla Legge 40 e la coerenza con quanto già affermato dal Comitato Nazionale di Bioetica.

La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la “questione di legittimità” sul divieto di utilizzare per la ricerca scientifica embrioni non più impiegabili per “fini procreativi” perché malati, con il consenso della coppia, previsto dalla legge 40 sulla fecondazione assistita. La Corte era stata chiamata in causa nell’ambito di una causa intentata da una coppia contro un centro di fecondazione assistita e lo Stato italiano. Il pronunciamento, di cui si attendono le motivazioni, rimanda la discussione al Parlamento, a causa della complessità dei profili etici e scientifici e per garantire “il bilanciamento operato dal legislatore tra dignità dell’embrione ed esigenze della ricerca scientifica”. Già nel 1996 il Comitato Nazionale di Bioetica riconosceva l’embrione umano come “Uno di noi”, e la Legge 40 era intervenuta per assicurare “i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.

Al Parlamento si rivolge anche il presidente del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli  affinché si affermi che “l’essere umano allo stadio di sviluppo embrionale è davvero ‘uno di noi’ come sostengono il Movimento per la vita italiano e i 650.000 concittadini che ne hanno firmato l’iniziativa promossa presso la Commissione europea”. Cauto anche il giudizio di Antonio Spagnolo, direttore dell’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma: “non ci sono delle affermazioni chiare che indichino che l’embrione è tutelato, che l’embrione ha un valore e che quindi in futuro la sperimentazione non possa essere fatta. Siamo, quindi, leggermente contenti per il fatto che non ci sia stata una sentenza che avrebbe smantellato ulteriormente la legge 40”.

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