20 domande e 20 risposte.

Di Carlo Casini, Presidente onorario MPV.

Non è soltanto importante: è fondamentale. Se il figlio fin dal concepimento non fosse un essere umano, cioè – appunto – “uno di noi”, cadrebbero tutte le ragioni “laiche” per difendere il diritto alla vita dei nascituri. Se il frutto del concepimento fosse davvero – come affermano alcuni estremisti radicali – un “grumo di cellule”, paragonabile a un coagulo di sangue o a un pezzetto di pelle, non avrebbe alcun senso contrastare l’aborto volontario, preoccuparsi per la sorte degli embrioni formati in provetta e congelati, sostenere l’obiezione di coscienza del personale sanitario. L’aborto dovrebbe essere considerato un diritto civile, anzi un diritto umano fondamentale. Il diritto di autodeterminazione della donna dovrebbe potersi esplicare senza limiti e sarebbero inaccettabili anche i tentativi di aiutare la donna a proseguire la gravidanza quando essa non la vuole. A contrastare la distruzione dei “prodotti del concepimento” resterebbe solo la Fede dei credenti, che vedono nella vita un dono di Dio e nella generazione un mistero di perfezione che esige un grande rispetto per il Creatore. Ma in una società civile in cui convivono credenti e non credenti non sarebbe giusto imporre a tutti una visione di Fede. Ma che va rimarcato è che, in realtà, la ragione e la scienza moderna provano che fin dal concepimento è presente un individuo vivente appartenente alla specie umana, cioè uno di noi.[/vc_column_text][/vc_tta_section]

Proprio perché l’identità umana del concepito è il dato fondamentale basato sulla scienza e sulla ragione, coloro che vogliono permettere e incoraggiare comportamenti pratici non coerenti con tale evidenza devono evitare in tutti i modi una discussione su questo punto. Per non rispondere alla domanda fondamentale (Il concepito è o no un essere umano? È un oggetto o un soggetto? Una cosa o una persona?) essi ricorrono a molti espedienti. Uno di questi è l’ “antilingua” (cambiare il significato di alcune parole o cercarne di nuove), ma lo strumento principale è il “rifiuto dello sguardo”, che consiste nel censurare od emarginare ogni aspetto, evento, ragionamento che ricordi l’umanità del concepito. Il risultato finale di questa tattica è la modificazione della coscienza sociale: alla fine, a forza di non parlarne, il concepito finisce di esistere come soggetto e diventa una cosa.

La questione è epocale e planetaria. Riguarda l’intero pianeta e caratterizza un trapasso di civiltà. Ci sono state epoche in cui la schiavitù, la discriminazione dei neri e delle donne erano realtà universalmente accettate. Ci sono voluti secoli per giungere alla affermazione della uguale dignità di ogni essere umano. Oggi questa moderna acquisizione di civiltà è negata riguardo alla vita umana nascente e diviene sempre più forte la tendenza ad oscurare la dignità della vita sofferente e morente.

La resistenza di fronte al programma di silenzio sempre più totale sulla vita umana nascente esige che non ci si stanchi mai di proclamare che ogni figlio fin dal concepimento è uno di noi, non sussurrando, ma parlando ad alta voce; non privatamente, ma in forma pubblica; non tra persone consenzienti, ma coraggiosamente di fronte alle pubbliche Istituzioni. Non dobbiamo meravigliarci del persistente “rifiuto dello sguardo”, ma non dobbiamo scoraggiarci delle ripulse, perché ogni voce che dice la verità sull’uomo impedisce la realizzazione del progetto di un definitivo capovolgimento delle categorie del pensare.

La parola “dignità umana” si trova in molti importanti documenti moderni. Basti ricordare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea. Il concetto di dignità umana serve da un lato a distinguere l’uomo da tutte le atre realtà create, dall’altra a giustificare l’eguaglianza tra loro di tutti gli esseri umani. Esso suppone l’esistenza di un valore presente in ogni uomo, talmente grande da non poter essere graduabile nel senso di una maggiore o minore dignità a seconda delle qualità dell’individuo: forza, bellezza, intelligenza, età, salute, etc. La dignità è presente in misura uguale in un sovrano e in un povero, in un atleta famoso e in un disabile, in un professore vincitore del premio Nobel per la scienza e in un malato di  mente, in un nero e in un bianco, in un vecchio e in un giovane, in un neonato e in un bambino non ancora nato… L’eguaglianza è un elemento essenziale della dignità, che è riconoscibile in tutti gli esseri umani, non con l’uso degli strumenti di percezione delle fattezze e dei comportamenti esterni, ma con gli occhi della ragione. Perciò il fatto che l’embrione sia piccolo e grandemente differente rispetto ad un uomo adulto o anche soltanto già nato non diminuisce la dignità umana che è inerente alla semplice, elementare, nuda appartenenza alla specie umana.

A ben riflettere, l’affermazione che in ogni essere umano in quanto tale vi è un valore sempre egualmente grande è misteriosa. Infatti, per ciò che è visibile e sperimentabile, vi è una grande differenza tra gli uomini. Tuttavia la uguale dignità si è affermata nella cultura moderna come antidoto alle violenze che hanno da sempre insanguinato il mondo. Considerare gli “altri” inferiori a “noi” ha causato guerre, prepotenze, violenze, sofferenze inaudite. Lo afferma la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, scritta subito dopo la fine della seconda guerra mondiale ed ora approvata da tutti i popoli della terra. La negazione della uguale dignità di ogni essere umano ha causato dolore. Da questa esperienza storica nasce l’idea della uguale dignità umana. Si direbbe l’effetto di un ragionamento indotto; più un postulato che una dimostrazione dedotta da un fondamento teorico. Eppure, l’idea della dignità umana è molto forte. La progressiva scomparsa della pena di morte anche per i più gravi delitti può sembrare, almeno in certi casi, irrazionale se il valore della vita umana è valutato con il metro della utilità per la società nel suo complesso. Evidentemente il pensiero moderno intuisce una sorta di “mistero” che rende sempre grande e intangibile la vita umana anche quando la ragione sembra dimostrarne la dannosità per gli altri.

Se per la cultura “laica” l’affermazione della dignità è un postulato fondato su una esperienza di dolore, nella cultura cristiana essa è dimostrata dall’esistenza stessa di Dio. Proprio con riferimento alla vita nascente, Santa Teresa di Calcutta ha espresso bene il concetto della dignità umana legato all’esistenza di Dio-Amore: “Quel piccolo bambino non ancora nato è stato creato per una grande cosa: amare ed essere amato”. L’amore è l’origine e la destinazione della vita umana. Come si vede non vi è contraddizione tra la visione “laica” e quella cristiana per quanto riguarda l’affermazione della dignità come valore inerente alla semplice elementare nuda esistenza umana e non fondata su qualità che ad essa si aggiungono, come la bontà, la intelligenza, la capacità di relazione, la salute, etc. Il pensiero cristiano su questo punto conferma e rafforza ciò che la cultura moderna ha scritto nelle sue Carte fondamentali.

Vi è una evidente contraddizione. L’ha indicata bene San Giovanni Paolo II nella enciclica “Evangelium vitae”, in un passaggio che è opportuno riportare integralmente: «Giunge ad una svolta dalle tragiche conseguenze un lungo processo storico, che dopo aver scoperto l’idea dei “diritti umani” — come diritti inerenti a ogni persona e precedenti ogni Costituzione e legislazione degli Stati — incorre oggi in una sorprendente contraddizione: proprio in un’epoca in cui si proclamano solennemente i diritti inviolabili della persona e si afferma pubblicamente il valore della vita, lo stesso diritto alla vita viene praticamente negato e conculcato, in particolare nei momenti più emblematici dell’esistenza, quali sono il nascere e il morire. Da un lato, le varie dichiarazioni dei diritti dell’uomo e le molteplici iniziative che ad esse si ispirano dicono l’affermarsi a livello mondiale di una sensibilità morale più attenta a riconoscere il valore e la dignità di ogni essere umano in quanto tale, senza alcuna distinzione di razza, nazionalità, religione, opinione politica, ceto sociale. Dall’altro lato, a queste nobili proclamazioni si contrappone purtroppo, nei fatti, una loro tragica negazione. Questa è ancora più sconcertante, anzi più scandalosa, proprio perché si realizza in una società che fa dell’affermazione e della tutela dei diritti umani il suo obiettivo principale e insieme il suo vanto».

Il perché di questa contraddizione è spiegato dalla visione utilitaristica di molti contemporanei. I comportamenti che distruggono l’uomo non ancora nato sono “utili”, sia perché sembrano risolvere le angosce e le difficoltà di una gravidanza non voluta, sia perché la selezione di molti embrioni consente la nascita di un bambino sano e soddisfa il desiderio di una donna ed un uomo che pretendono di avere un “diritto” al figlio. Inoltre, sperimentare su embrioni umani fa illudere alcuni ricercatori che sia possibile ricavarne scoperte scientifiche. Per questo si evita di rivolgere lo sguardo sul piccolissimo figlio appena concepito, tanto non parla, non protesta, non si vede. Tuttavia, questo rifiuto dello sguardo è in contrasto con la scienza e la razionalità. Ne deriva una inquietudine per la quale legislatori, giudici e scienziati preferiscono distogliere lo sguardo,  cioè non negare esplicitamente l’esistenza di un essere umano, ma comportarsi come se esso non ci fosse. Perciò l’iniziativa “Uno di noi” vorrebbe agganciare questa inquietudine per avviare un dialogo: “almeno guardiamo, almeno discutiamone”: questo è il suo messaggio profondo.

Gli esempi sono molti. Ne citeremo solo alcuni, particolarmente calzanti. Nel 1984 il governo britannico nominò una commissione di esperti per avere una valutazione sulla procreazione medicalmente assistita (P.M.A.). La commissione era presieduta da Lady Diana Warnock e da questa professoressa prese il nome. La P.M.A. era agli esordi e la “commissione Warnock” fu la prima in  Europa ad esprimere un parere tecnico-scientifico. Il capitolo 19 del rapporto finale si occupò della sperimentazione distruttiva. Ecco il testo «Poiché la temporalizzazione dei differenti stadi di sviluppo è critica, una volta che il processo dello sviluppo è iniziato, non c’è stadio particolare dello stesso che sia più importante di un altro; tutti sono parte di un processo continuo, e se ciascuno non si realizza normalmente nel tempo giusto e nella sequenza esatta, lo sviluppo ulteriore cessa. Perciò da un punto di vista biologico non si può identificare un singolo stadio nello sviluppo dell’embrione, prima del quale l’embrione in vitro non sia da mantenere in vita». Come si vede la commissione inglese dichiarava l’unicità dello sviluppo umano, ma alla fine prevalse lo scopo di «placare l’emozione pubblica», cioè di trovare un criterio che impedisse di riconoscere nell’embrione in provetta “uno di noi”. Fu così inventato il concetto di “pre-embrione”: il figlio concepito non sarebbe veramente figlio se non quando ha trovato casa, cibo e ossigeno impiantandosi nella mucosa interna dell’utero detta endometrio. Cioè 14 giorni dopo la fecondazione. La contraddizione è evidente: è come dire che si possono uccidere coloro che non hanno casa per il fatto che non hanno casa. Attualmente la teoria del “pre-embrione” è stata abbandonata. Quando nel 1996 fu redatta la Convenzione europea di bioetica (sottoscritta dai primi 20 Paesi del Consiglio d’Europa nel 1997 ad Oviedo in Spagna), il tentativo di introdurre il concetto di “pre-embrione” nell’art. 18, dove si regola la sperimentazione embrionale fu molto forte, ma fu respinto. La Convenzione sancisce l’abbandono della distinzione tra embrione e “pre-embrione”. Ma “l’inquietudine” traspare dalla norma che consente agli Stati di vietare ogni sperimentazione embrionale distruttiva e che tuttavia prescrive che, in tal caso, deve essere stabilita una protezione adeguata per gli embrioni. In cosa consiste l’adeguatezza non è detto: essa va misurata sull’identità umana del concepito, come sembra, m allora in base a quale principio se ne può consentire la distruzione?

Oggi, in molti testi, la teoria del “pre-embrione” è stata sostituita da una mutata definizione della gravidanza. Non più lo stato della donna che reca nel suo corpo un figlio dalla fecondazione al parto, ma la condizione femminile che comincia dall’impianto in utero del concepito. Così lo sguardo è distolto dal figlio e si concentra solo sulla donna. Tutte le uccisioni del concepito in provetta divengono insignificanti, perché non c’è interruzione di gravidanza. Lo sguardo viene rivolto esclusivamente sulla donna e non sul bambino. Ma interrompere la gravidanza non è di per se un problema etico. Anzi, a volte i medici provocano un parto prematuro per salvare la vita del bambino. Il vero problema etico è la vita del figlio anche se viene cambiata la definizione di gravidanza. Così i preparati chimici che impediscono l’impianto del concepito nella mucosa uterina possono essere chiamati contraccettivi e non abortivi, se non interrompono la gravidanza secondo la nuova definizione, formulata apposta per non rispondere alla domanda fondamentale: ma il concepito chi è? Una cosa o una persona, un soggetto o un oggetto, uno di noi o un grumo anonimo di cellule? Ecco il segno dell’inquietudine.

Sono moltissimi a livello nazionale, europeo e internazionale. Ma poiché l’iniziativa “Uno di noi” riguarda l’Europa, anche per dare risposte semplici, ci limitiamo ad osservare il panorama giuridico europeo. Basterebbe ricordare la recente decisione della Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) pronunciata il 27 agosto 2015 nel caso Parrillo contro Italia. La Sig.ra Parrillo prima che il compagno, giornalista, partisse per Nassiriya, in Afghanistan, al seguito di soldati italiani, aveva generato in provetta cinque embrioni con il seme di lui. Purtroppo il compagno è morto a causa di un attentato e dopo 10 anni la Signora Parrillo ha pensato che quei 5 embrioni conservati sotto azoto liquido in un ospedale di Roma potevano essere utili alla scienza. Ma la legge italiana 40/2004 proibisce la sperimentazione sugli embrioni umani. Perciò la Sig.ra Parrillo, madre dei cinque concepiti, si è rivolta al Tribunale di Strasburgo vantando il suo diritto di proprietà su di loro e il suo conseguente diritto di “donarli alla scienza”. La Corte Europea ha respinto il ricorso motivando che gli embrioni umani non sono “cose” e che quindi non possono essere oggetto di un diritto di proprietà. L’articolo della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali applicato dalla Corte è l’art. 8, dove si indicano le condizioni verificandosi le quali, gli Stati possono imporre limiti alla libertà personale. Tra queste condizioni vi sono i “diritti altrui”. Ben sette giudici su quindici, come risulta dalle loro dichiarazioni allegate, pur concordando con la decisione finale, avevano sostenuto la necessità logica di riconoscere nell’embrione “un altro”. Ma nella motivazione della sentenza si legge, che l’embrione “non è una cosa” e che non è necessario decidere se sia “un altro”. L’inquietudine è evidente. Per dare ragione alla Signora Parrillo la Corte avrebbe dovuto stabilire che l’embrione umano è un grumo di cellule, un tessuto biologico, una cosa, ma non ha avuto il coraggio di dire ciò che contrasta palesemente con la scienza. Peraltro non ha avuto neppure il coraggio di affermare che l’embrione è un individuo umano, cioè un “altro”. Ma se non è una cosa, che cosa è? Si può ammettere la categoria del “mezzo uomo”? Non sarebbe una violazione del tanto declamato principio di eguaglianza?

La sentenza ora ricordata è significativa perché manifesta l’atteggiamento di tutta la giurisprudenza della Corte Europea. Più volte ad essa è stato richiesto di intervenire sulle leggi nazionali in materia di aborto invocando o l’affermazione o la negazione del diritto alla vita del concepito. La Corte ha sempre risposto di non poter rispondere, perché quando nel 1950 fu firmata la Convenzione Europea sui diritti dell’Uomo il problema della legalizzazione dell’aborto non era tra le questioni da risolvere e nella proclamazione che “ciascuno ha diritto alla vita” non ci fu la riflessione sulla parola “ciascuno”: comprende o no anche il concepito? Nel silenzio gli Stati sono liberi di decidere come meglio credono. È questa un’altra prova dell’ “inquietudine” giurisprudenziale. Come si fa ad esigere il rispetto dei diritti dell’uomo se non sappiamo chi ne è il titolare, cioè chi è l’uomo? La dottrina dei diritti umani è stata elaborata dopo l’esperienza delle violenze e delle discriminazioni attuate per legge nella prima metà del secolo scorso, per porre un limite alle leggi scritte dagli Stati. Non è forse una contraddizione, un segno evidente di “inquietudine”, decidere che, poiché la legge scritta non ha pensato al concepito quando ha stabilito che tutti hanno diritto alla vita, allora gli Stati hanno il diritto di fare ciò che vogliono, sia in un senso che in quello opposto riguardo alla vita dei concepiti non ancora nati?

È soprattutto la politica che ha determinato le più grandi ed estese aggressioni contro la vita nascente (così come – da sempre – contro la vita già nata!). Ma nemmeno la politica per giustificare tali aggressioni (aborto e distruzione di embrioni generati con le nuove tecniche di procreazione artificiale) osa negare l’umanità del concepito. Anzi, per lo più, proprio per rendere accettabili tali aggressioni, i legislatori dichiarano di voler difendere la vita nascente. Sotto questo aspetto è significativo l’art. 1 della legge italiana sull’aborto, che prima d renderne legittima la esecuzione volontaria in strutture pubbliche e con il finanziamento dello Stato proclama che «la Repubblica tutela la vita umana fin dal suo inizio». A suo tempo – la legge è del 1978 – fu chiesto che venisse specificato espressamente che per “inizio” della vita umana bisogna intendere il “concepimento”. Sarebbe stato sufficiente aggiungere due parole: “nel concepimento”.  Ma la proposta fu respinta non perché dichiarata non vera, ma perché ritenuta inutile. Si disse: è ovvio che l’inizio della vita umana è il concepimento; perciò non c’è bisogno di scriverlo. In realtà la parola “inizio” ha lasciato aperta la porta a tutte le possibili diverse interpretazioni. Il panorama delle leggi dei vari Stati e di non poche risoluzioni e raccomandazioni del Parlamento Europeo confermano il tentativo dei legislatori di non compromettersi dal punto di vista teorico, cioè di non negare l’identità umana del concepito e contemporaneamente di non affermarla. È ricorrente, infatti l’impegno alla tutela della vita nascente, ma è quasi sempre assente la proclamazione del diritto alla vita del nascituro. Ma la tutela giuridica può riguardare sia le persone sia le cose: si tutelano i cittadini, ma anche le piante, gli animali, la natura, le opere d’arte. A livello internazionale si fa sempre più forte il tentativo di affermare l’aborto come diritto umano fondamentale. Ma fino ad ora questo tentativo non ha avuto esplicito successo. Tuttavia si parla di un “diritto alla salute sessuale e riproduttiva”, espressione che comprende anche l’aborto volontario, chiamato talvolta  “aborto sicuro”.

In materia di ricerca scientifica l’Unione Europea concede finanziamenti a imprese per la ricerca che utilizza embrioni umani già distrutti, al fine di ricavare informazioni e possibili terapie da cellule estratte dagli embrioni uccisi. Per capire: i progetti che si sono susseguiti nel corso degli anni negano il contributo economico per la distruzione degli embrioni in se stessa considerata ma lo concedono per la fase successiva sovvenzionando ricerche su cellule provenienti da embrioni umani già distrutti. È una ipocrisia che rende palese l’“inquietudine”. Si vogliono permettere i comportamenti pratici che sono ritenuti utili ai già nati, ma si avverte la difficoltà di fondarne la liceità sulla riduzione dell’embrione a un semplice oggetto materiale, una cosa, cioè, che può essere liberamente distrutta se è utile farlo.

Il rischio esiste, ma è indispensabile affrontarlo perché – come già detto – la congiura contro la vita programma il “rifiuto dello sguardo” per cambiare il modo di pensare di tutti senza affrontare la domanda fondamentale. Perciò per contrastare la “congiura” è essenziale “costringere allo sguardo”. La verità ha una forza di persuasione in se stessa e alla fine – questa è la nostra fiducia – vincerà, anche se occorre saper attendere, fare molte battaglie, non rassegnarsi mai. Questo atteggiamento di fiducia è ragionevole per tutti. I credenti, inoltre, traggono forza e speranza da tanti Santi che nel nostro tempo hanno presentato l’impegno per la vita nascente come un servizio a Dio. Penso a Santa Teresa di Calcutta, che qualificava il bambino non ancora nato come il più povero dei poveri; penso a San Giovanni Paolo II, gigante della vita, che ripeteva: «Non vi spaventi la difficoltà del compito! Spesso i grandi cambiamenti della storia sono stati determinati anche da solitari!». Penso anche ai molti che forse un giorno saranno elevati agli onori dell’altare, che hanno offerto un esempio di tenacia e coraggio nel servizio alla vita: da Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari, a Don Oreste Benzi, fondatore della Associazione Papa Giovanni XIII, a Don Zeno Saltini, fondatore di Nomadelfia, a Jerome Lejeune tanto solitario quanto potente difensore della vita nascente nella sua Francia e in tutto il mondo, a Giorgio La Pira, sindaco santo e promotore dell’incontro con tutti, ma che dichiarava frontiera intransitabile la difesa della vita nascente.

La cerimonia per la firma del Trattato di Lisbona.

La cerimonia per la firma del Trattato di Lisbona.

Va segnalato inoltre che l’iniziativa dei cittadini europei, oltre a perseguire obiettivi concreti immediatamente realizzabili, di cui parleremo, chiede alle Istituzioni Europee non di proclamare solennemente e formalmente che il concepito è uno di noi, ma di cessare ogni finanziamento europeo di attività (aborto e sperimentazione embrionale distruttiva) che implicano la uccisione volontaria di embrioni umani. Questo obiettivo sembra più facilmente ottenibile, perché il contributo economico offerto per finanziare la morte contrasta con la scelta europea di non prendere posizione sulla “domanda fondamentale” e di lasciare liberi gli Stati membri di comportarsi come crede la loro classe dirigente. Fornire denaro significa uscire fuori dalla neutralità. Il presupposto implicito del contributo finanziario è la condivisione delle azioni uccisive svolte da associazioni internazionali che in tutto il mondo promuovono l’aborto e delle imprese che svolgono sui concepiti sperimentazioni distruttive. Forse è possibile rimuovere questa scelta implicita sia perché la spesa è sostenuta da tutti i cittadini attraverso il sistema fiscale, sia perché la cessazione dei contributi europei di per sé non cambia i comportamenti pratici, ma elimina soltanto l’incoraggiamento europeo contro la vita nascente.

Bisogna aggiungere che nel Parlamento Europeo, i dibattiti sulla vita sono sempre mescolati con molte altre questioni serie e nelle quali spesso l’Europa compie azioni e scelte lodevoli: l’aiuto allo sviluppo del terzo mondo, la lotta contro la pena di morte, l’eguaglianza delle donne, l’accoglienza dei rifugiati, il traffico di droga e di armi. Diviene così difficile per il singolo parlamentare opporsi ad un documento vasto e complesso solo per il suo dissenso sul tema della vita. Una discussione che fosse incentrata esclusivamente sui denari forniti dall’Europa per sopprimere embrioni umani, soprattutto se corredata da dati precisi, potrebbe avere una soluzione diversa. Questo chiedeva la prima fase della iniziativa dei cittadini europei “Uno di noi”, alla quale la Commissione Europea non ha voluto dare seguito.

Prima di tutto bisogna rendersi conto della estrema importanza della iniziativa dei cittadini europei. L’Europa è sempre stata accusata di avere strutture poco democratiche e negli ultimi tempi tanti commentatori hanno registrato un progressivo distacco dei cittadini dalla Unione Europea. Per porre rimedio a questo stato di cose l’ultimo Trattato che regola l’Unione (firmato dai rappresentanti degli Stati a Lisbona, ratificato ed entrato in vigore alla fine del 2009) ha introdotto il nuovo istituto di democrazia diretta denominata “Iniziativa dei cittadini europei”. L’art. 11 del Trattato prevede che almeno un milione di cittadini, appartenenti ad almeno sette Stati, possono chiedere alla Commissione Europea un atto giuridico che essi ritengono necessario per l’integrazione europea. Questo nuovo istituto è stato decantato molto dai responsabili dell’Unione. Praticamente per tutta la legislatura che va dal 2009 al 2014, in ogni incontro con i parlamenti nazionali di tutti i 28 Stati, l’iniziativa dei cittadini è stata illustrata come una svolta decisiva sulla strada della democrazia.

Per essere attuato l’art. 11 del Trattato di Lisbona doveva essere integrato da un regolamento esecutivo. Questo, dopo essere stato sottoposto al controllo di esperti, è entrato in vigore l’1 aprile 2011. Questi elementi storici già dimostrano l’importanza attribuita al nuovo strumento. Ma altri elementi aumentano il peso specifico dell’iniziativa “Uno di noi”. Il suo contenuto non è marginale. Nonostante l’obiettivo limitato (cessare contribuzioni a favore della distruzione della vita) il richiamo esplicito all’art. 2 del Trattato di Lisbona – che indica come fondamento dell’Unione il rispetto dei diritti umani e il riconoscimento della uguale dignità di ogni uomo – evoca non un dettaglio nel percorso della integrazione, ma la condizione essenziale. Lo stesso nome della iniziativa “Uno di noi” la rende esplicita. A causa di questo primario contenuto del quesito, il comitato organizzatore della iniziativa ha fatto in modo che essa fosse anche cronologicamente la prima ad essere presentata. Per questo fu presentata allo scadere della mezzanotte tra il 31 marzo e il 1 aprile 2011. Il primato è stato confermato in termini di adesioni. Nessuna altra iniziativa fino ad oggi ha raggiunto il consenso doppio di quello minimo richiesto, come invece è avvenuto per “Uno di noi”, nessuna come essa ha raccolto adesioni in tutti i 28 Stati dell’Unione.

Ma la Commissione, che pur aveva autorizzato l’avvio della iniziativa, con la comunicazione del 28 maggio 2014, ha dichiarato di non volerne tenere conto. Tale decisione è stata così sconcertante che il Parlamento Europeo ha messo in cantiere una riforma del regolamento del 2011, in modo da evitare che uno strumento ideato per “avvicinare i cittadini all’Europa” si trasformi in ragione di ulteriore distacco. La riforma non è ancora conclusa, ma la discussione in corso già prova il significato non banale attribuito alla iniziativa dei cittadini. Tra gli elementi innovativi la riforma prevede la sostanziale obbligatorietà di un dibattito nel plenum del Parlamento. Sarebbe davvero singolare che una riforma la quale imponesse un dibattito generale nel Parlamento sul tema presentato dalla iniziativa dei cittadini non si applicasse a quella concreta iniziativa – “Uno di noi” – che ha determinato la riforma. È dunque importante trovare un modo di riaprire il dibattito sul quesito a cui la Commissione ha dichiarato di non voler dare seguito.

Trovare questo strumento è particolarmente importante per la “Federazione Europea Uno di noi per la vita e la dignità dell’uomo”, costituita nel 2015, come risposta al rifiuto di prendere in considerazione l’iniziativa dei cittadini. La Federazione è certamente un frutto della iniziativa “Uno di noi”, ma non può essere considerata un risultato definitivo. Anzi, la Federazione sparirà se non compirà ogni sforzo affinché la proclamazione del concepito come uno di noi si ripeta e si estenda fino ad ottenere ciò che la iniziale iniziativa dei cittadini europei chiedeva. Essa non aveva lo scopo di generare la Federazione, ma – al contrario – la Federazione ha lo scopo di rafforzare e portare a conclusione positiva l’iniziativa dei cittadini.

La sede della Corte di Giustizia Europea (Lussemburgo).

La sede della Corte di Giustizia Europea (Lussemburgo).

La seconda fase di “Uno di noi” ha proprio l’obiettivo di ottenere ciò che la Commissione ha impedito. Per dare maggior forza alla richiesta rivolta alle Istituzioni Europee abbiamo pensato ad una “testimonianza-appello”. La testimonianza è una affermazione relativa ad un fatto conosciuto. Se dunque essa è sottoscritta in tutta Europa da coloro che conoscono l’embrione umano, forse l’effetto è più forte di una richiesta di semplici cittadini. La testimonianza ha la forma della petizione, non quella di una nuova iniziativa dei cittadini, perché  è più semplice la raccolta delle adesioni e perché è inutile ricorrere alle forme complesse della iniziativa dei cittadini, già realizzata. È vero che la petizione in sé  ha un significato molto meno forte della iniziativa dei cittadini, ma nel caso della seconda fase proposta, la forza deriva dalla continuità con la prima fase (per questo si parla di seconda fase), dal collegamento con una vera e propria permanente Federazione Europea, che ha lo stesso nome e scopo della iniziativa, dalla specifica competenza e responsabilità di coloro che rendono la testimonianza collettiva. In definitiva, è ragionevole immaginare che una raccolta ampia e qualificata delle testimonianze-appello potrà essere ignorata più difficilmente della originaria iniziativa dei cittadini, che ne costituisce soltanto la prima fase.

In effetti il documento in questione, datato 28 maggio 2014, è lungo 21 pagine, ma, a parte quelle dedicate a riassumere l’iniziativa “Uno di noi”, vi è una grande ripetitività e manca la risposta alla questione fondamentale. Forse potrà essere opportuna la redazione di un documento che replichi in modo dettagliato, punto per punto, alle argomentazioni della Commissione, ma in questa sede può essere riassunta con poche parole la sintesi del documento e la replica può essere formulata molto brevemente.

Come correttamente riferisce la Commissione l’oggetto dell’iniziativa era (ed è) “la protezione giuridica della dignità, del diritto alla vita e della integrità di ogni essere umano fin dal concepimento”. È evidente che il cuore della iniziativa era (ed è) indicato nelle parole “fin dal concepimento” e “diritto alla vita”. Ma le due espressioni non sono esaminate e neppure citate in nessuna parte del documento. Eppure proprio esse indicavano (ed indicano) la questione fondamentale, quella che ha giustificato (e giustifica) l’iniziativa: l’Europa riconosce nel concepito un soggetto umano? Cosa deve fare affinché questo riconoscimento sia manifesto? O almeno quali garanzie giuridiche devono essere adottate affinché non sia negato? A questo quesito centrale la Commissione non ha risposto. Ha detto che la dignità umana, l’eguaglianza e il rispetto dei diritti umani sono già garantiti dall’art. 2 e dall’art. 21 del Trattato sull’Unione Europea e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, quasi che il quesito della iniziativa avesse già ottenuto una precedente soddisfazione e dunque non meritasse modificazioni legislative o attuative dell’ordinamento europeo. Ma, per l’appunto, proprio a quei medesimi articoli l’iniziativa uno di noi faceva (e fa) appello per constatarne la contraddizione con il finanziamento di attività che distruggono esseri umani concepiti, come tali titolari del diritto alla vita “fin dal concepimento”. Tale questione è stata totalmente ignorata dalla Commissione.

L’unico punto in cui il documento della Commissione affronta, molto da lontano, la questione del concepito è quello che riguarda la sentenza della Corte di Giustizia Europea nel caso “Brüstle contro Greenpeace”, del 18 ottobre 2011, confermata recentemente con altra decisione della stessa Corte (18 dicembre 2014) nella vicenda “International Stem Cell Corporation contro Comptroller General of Patents, Designs and Trade Marks”. Alla Corte Europea di Giustizia era stato chiesto di definire il concetto di embrione, perché la direttiva europea 44/98 vieta il rilascio di brevetti per le invenzioni che utilizzano embrioni umani. La Corte ha stabilito che costituisce embrione sin dalla fecondazione ogni entità biologica capace di svilupparsi come essere umano. La iniziativa dei cittadini aveva espressamente richiamata la sentenza Brüstle contro Greenpeace per chiedere coerenza nella definizione del concepito come “Uno di noi”, come tale meritevole di protezione. La Commissione ha superato questo argomento sostenendo che la sentenza, in quanto relativa al diritto brevettuale, vieta la brevettazione, ma non la ricerca e il relativo finanziamento. Questa risposta mostra, ancora una volta, la volontà di non rispondere alla “domanda fondamentale” sullo statuto dell’embrione umano. La sentenza della Corte di Giustizia era stata richiamata, infatti, non per renderla immediatamente operativa ai campi diversi da quello brevettuale, ma per dimostrare che nel diritto europeo l’espressione “fin dal concepimento” ha già fatto ingresso e chiede più coerenza. Dal rifiuto di esaminare il problema posto dalla iniziativa dei cittadini “Uno di noi” (il cui stesso nome evidenzia la questione), derivano tutte le conseguenti equivocità che hanno consentito alla Commissione di considerare “inutili” – in quanto ritenuti già soddisfatti – i quesiti della iniziativa.

Sì. Sul presupposto del riconoscimento della identità umana del concepito, la richiesta di cessare i  finanziamenti di attività implicanti la uccisione di esseri umani allo stato embrionale e di garantire che in futuro mai più vengano erogati a questo specifico scopo era formulata come proposta di modifica di tre regolamenti europei: quello finanziario, quello sulla ricerca scientifica  e quello sull’aiuto allo sviluppo. La triplice risposta è stata costantemente evasiva.

Quanto al regolamento finanziario la Commissione ha scritto che “a norma dell’art. 87 dello stesso tutta la spesa dell’Unione Europea deve essere conforme ai Trattati e alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione”, cosicché è garantito che “tutta la spesa unionale rispetti la dignità umana, il diritto alla vita e il diritto alla integrità della persona” (n. 3.1). L’iniziativa “Uno di noi” avrebbe, dunque, domandato qualcosa di già esistente e sarebbe perciò inutile. Ma l’iniziativa poneva (e pone) il problema del diritto alla vita dei concepiti prima della nascita e denunciava (e denuncia) proprio la violazione dei principi generali dell’Unione Europea Per questo chiedeva (e chiede) l’esplicita esclusione di spese unionali idonee a sostenere e incoraggiare la distruzione di embrioni umani. L’assenza di una risposta è evidente.

Quanto alla ricerca scientifica è da ricordare che l’Unione Europea elabora piani pluriennali di finanziamento, che riguardano ogni campo della ricerca e che perciò impegnano una somma di denaro assai rilevante. La ricerca su embrioni riguarda un piccolo settore all’interno di un orizzonte molto più vasto. Va considerato, inoltre, che la ricerca è materia di competenza primaria degli Stati. L’Unione Europea può solo fornire un contributo aggiuntivo. Se questo manca, la ricerca degli Stati non termina. Il contributo europeo si limita a incoraggiare la ricerca degli Stati e degli altri enti privati. Il punto è decisivo, perché consentire la uccisione di embrioni umani a fini sperimentali, significa considerarli oggetti utilizzabili per fini ad essi estranei, cioè trattarli come cose e non come esseri umani e l’incoraggiamento finanziario europeo implica di fatto una scelta che teoricamente l’Europa dice di non voler fare. In effetti le preoccupazioni etiche in tema di ricerca distruttiva di embrioni sono molto forti e per questo la Commissione si sofferma alquanto ad illustrare il “compromesso” che sarebbe stato raggiunto nell’ultimo piano pluriennale, 2014-2020, (denominato Horizon 2020): l’Unione Europea non finanzia la uccisione di embrioni, ma contribuisce economicamente alla ricerca su linee cellulari estratte da embrioni distrutti. Inoltre la Commissione si dichiara pronta a dirottare i finanziamenti verso la ricerca su cellule “staminali adulte” (non comportante, perciò la distruzione di embrioni) qualora tale ricerca risultasse avere prospettive equivalenti a quella sulle cellule staminali embrionali. Per rifiutare qualsiasi modifica del regolamento Horizon 2020, la Commissione si appoggia ai potenziali benefici per la salute della ricerca e sulla regolarità formale del provvedimento legislativo che ne consente il finanziamento europeo.

È evidente l’ipocrisia! Finanziare la ricerca delle fasi successive alla distruzione embrionale  significa incoraggiare anche la distruzione embrionale (di per sé per nulla dispendiosa dal punto di vista economico). La motivazione che fa leva sui potenziali benefici è di tipo utilitaristico e ne è riprova la disponibilità a non finanziare più la ricerca sulle cellule staminali embrionali quando si dovessero scoprire metodologie che ottengono migliori vantaggi senza toccare gli embrioni umani. Il criterio dell’utile non è esattamente quello che rispetta la dignità umana. Viene in mente la pena di morte: in certe situazioni e in date tradizioni culturali, essa può essere utile per contenere la delinquenza e il disordine sociale, ma non è sostenibile che essa deve essere mantenuta finché è utile e finché non possono essere trovati e attuati strumenti di equivalente efficacia per contrastare i delitti.

Infine, per quanto riguarda l’aiuto allo sviluppo, non c’è dubbio che si tratta di uno degli aspetti più meritevoli di lode dell’Unione Europea. È una attività che la rende storicamente importante. Ma l’aiuto allo sviluppo non può comprendere il sostegno di attività uccisive. La lunga difesa della Commissione su questo punto sostiene che vi sarebbe nel mondo un rilevante numero di donne morte a causa dell’ “aborto non sicuro” e per non mostrare gli aspetti lesivi del diritto alla vita di esseri umani fragili ed innocenti preferisce usare il linguaggio della “salute sessuale e riproduttiva”. In effetti chi può schierarsi contro la salute sessuale e riproduttiva? Ma la Commissione dovrebbe definitivamente chiarire che da essa è escluso l’aborto come strumento di salute perché il suo effetto è la morte di uno dei due soggetti coinvolti nella maternità.  D’altra parte l’Unione Europea non può intervenire nella legislazione interna degli Stati. L’iniziativa dei cittadini europei chiedeva (e chiede) soltanto che l’Unione Europea non incoraggi l’aborto con i suoi denari.

La materia è certamente complessa ed è legittima la discussione sugli strumenti per contrastare l’aborto. Ma almeno si dica la verità sul figlio: che è uno di noi. Ci sono dei casi in cui è in gioco anche la vita della madre e situazioni in cui la minaccia della sanzione penale non è efficace per la dissuasione dall’aborto. Ma questo non giustifica né la riduzione del figlio a cosa, né  la dimenticanza di lui. Forse la dignità umana affermata senza riserve od oscuramenti anche per il non ancora nato può suggerire impieghi del denaro europeo verso strategie più efficaci nel proteggere la salute sessuale e riproduttiva anche senza ricorrere a menzogne e censure.

Un’ampia e approfondita discussione su questo punto non è estranea all’anima dell’Europa. Quantomeno sarebbe stata indispensabile una dettagliata informazione sugli enti diversi dagli Stati che hanno come loro scopo statutario la promozione e l’attuazione dell’aborto nel mondo. Perché fornire denaro anche a questi enti non statali? Il silenzio è inaccettabile. Difendere la situazione attuale perché conforme alle procedure legali e giudicata “buona” dai controlli effettuati, non affronta il nodo essenziale, non tiene conto del criterio di giudizio proposto dalla iniziativa dei cittadini, quello che riconosce in ogni essere umano, anche non ancora nato, uno di noi.

Coloro che vogliono avere le mani libere sugli embrioni umani, quando nel dibattito pubblico si vedono costretti ad ammettere che il concepito è un individuo vivente appartenente alla specie umana, cercano di giustificare il minor valore della vita non ancora nata rispetto a quella già nata utilizzando la parola “persona”. È un essere umano – ammettono – ma non è una persona. Oppure introducono nella discussione l’idea di una formazione graduale dell’uomo, cosicché nei primi stadi della vita non ci sarebbe una umanità piena.

Ad entrambe queste posizioni si può replicare invocando il principio di eguaglianza. Esso non ammette discriminazioni. L’uso della parola “persona” nella storia è divenuto sinonimo di “uomo”, anzi è il termine con cui si è indicato il grande misterioso valore di ogni uomo, ciò che lo rende superiore a qualsiasi altra entità creata. In Grecia e a Roma la parola “persona” indicava la maschera che gli attori si ponevano sul volto nel teatro, indicava, cioè, l’apparenza, non la sostanza. Più tardi i pensatori cristiani hanno tentato di spiegare il mistero della Trinità di Dio utilizzando la parola “persona”: Dio unico in tre persone uguali e distinte. Così la “persona” è divenuto il termine usato per indicare la sostanza, non l’apparenza. Applicata all’uomo la parola “persona” ne indica la straordinaria grandezza, che – nel pensiero cristiano – lo rende simile a Dio. Perciò usare, come oggi si vorrebbe fare, il concetto di persona per effettuare una discriminazione nel senso che taluni esseri umani sarebbero persona ed altri no, è una operazione inaccettabile. Analogamente, sostenere che l’appartenenza alla specie umana avviene gradualmente significa affermare che in certi stadi della vita, si può essere “mezzi uomini”. Ancora una volta il principio di eguaglianza viene violato. La questione è resa più complicata dal fatto che il diritto positivo in molti Stati ha formulato una definizione di “persona” in senso giuridico: è tale ogni entità fisica o associativa cui sono attribuiti diritti soggettivi e doveri dall’ordinamento. L’iniziativa dei cittadini ha voluto evitare discussioni non facilmente comprensibili a molti. Infatti, “Uno di noi” dice con semplicità la verità su ogni uomo, compreso colui che non è ancora nato”: è qualcuno che appartiene alla nostra comunità di uomini, non è un estraneo, non può essere espulso, ha le nostre stesse caratteristiche, le nostre speranze, il nostro destino. È un vivente della specie umana. Perciò è pienamente “Uno di noi”.

Un semplice duplicato della prima fase della iniziativa non avrebbe avuto l’attenzione che può avere la testimonianza di un numero minore – purché significativo – di persone che riguardo alla vita nascente hanno particolare preparazione scientifica, culturale o verso di essa hanno una particolare responsabilità. Il criterio di scelta è stato quello della conoscenza e della responsabilità.

Coloro che hanno studiato medicina e che abitualmente sono messi in contatto con il mistero e la meraviglia della vita nascente possono meglio di altri testimoniare che è vero: il concepito anche prima di nascere è “uno di noi”. Sono i medici, i biologi, i ricercatori nel campo biologico e sanitario, ma anche le ostetriche, i farmacisti, gli infermieri. Essi hanno conoscenza ed anche responsabilità. Perché molto spesso la loro parola può spingere verso l’aborto eppure contribuisce a salvare una vita.

Grandi sono poi le responsabilità dei giuristi, in particolare dei giudici, che, ad ogni livello, nell’interpretare la legge possono tener conto oppure ignorare l’identità umana del concepito che lo rende “uno di noi”. Particolarmente gravi sono le responsabilità dei giudici che a livello nazionale (nelle Corti Costituzionali) e a livello sopranazionale (nella Corte Europea di Giustizia e nella Corte sui diritti dell’uomo) possono annullare le leggi o spingere potentemente verso una loro riforma. Ma i giudici non vivono e non pensano da soli: devono ascoltare il pensiero dei professori di diritto. Le decisioni che oggi i giudici sono chiamati a prendere in campi delicatissimi che toccano i diritti del figlio, fino alla sua vita e alla sua morte, sono il risultato di una cultura giuridica complessiva che è determinata dal pensiero di molti. Non solo giudici, ma anche avvocati e studiosi di diritto. I giuristi, hanno responsabilità verso la vita, ma anche una conoscenza del diritto che non tutti hanno. Essi dovrebbero avvertire il collegamento tra diritto e giustizia e sanno che la modernità àncora la giustizia al rispetto dei diritti dell’uomo e che perciò il diritto non è il comando del più forte, ma la forza del più debole. Perciò la domanda fondamentale sull’identità dell’embrione li riguarda particolarmente: uomo o cosa? E se uomo non è forse il più debole? E se è più debole non è colui che ha più bisogno di esser protetto dalla forza del diritto?

Infine la seconda fase di “Uno di noi” si rivolge ai politici le cui responsabilità verso la vita nascente sono talmente evidenti da non aver bisogno di dimostrazione. I giuristi interpretano le leggi, ma i politici le fanno e le leggi non sono soltanto il frutto del dibattito parlamentare, ma anche delle stimolazioni che vengono dai partiti anche dai livelli più bassi dove si elabora il pensiero politico, come i consigli e i governi comunali e regionali. Ecco perché tutti i politici sono chiamati a riflettere sulle loro responsabilità. Purtroppo il tema del diritto a nascere è divenuto oggetto di programmi e identità partitiche, ma la domanda fondamentale posta dall’iniziativa “Uno di noi” interpella personalmente la coscienza e la responsabilità di ogni singolo “politico”. Santa Teresa di Calcutta, la Santa dei poveri, ha detto che la questione di riconoscere nel concepito il più povero dei poveri è questione anche politica, ma non partitica, perché precede ogni scelta politica. È questione semplicemente umana. Anche riguardo alla vita nascente i politici possono dividersi nella scelta degli strumenti ritenuti più efficaci per proteggerla nella complessità di un dato contesto culturale e nell’intersecarsi di vari diritti ed interessi. Ma su un punto non è possibile la divisione: il riconoscimento che anche il figlio non ancora nato è uno di noi. Se una meditazione di questo tipo potesse estendersi nell’ambito politico grandi sarebbero i vantaggi della politica stessa che recupererebbe la sua anima. In essa, purtroppo, molto spesso prevalgono interessi, egoismi, ideologie. Ma ultimamente la verità della politica consiste nel servizio al bene comune, cioè di tutti, proprio di tutti, perciò anche dei figli da poco concepiti. Il politico dovrebbe avere conoscenza di questo scopo essenziale della politica.

La conoscenza e la responsabilità spiegano perché i testi sottoposti alla adesione di operatori sanitari, giuristi e politici sono chiamati “testimonianze”. Prima che domande esse sono attestazioni. Le richieste sono conseguenti. È sperabile che le Istituzioni Europee siano costrette all’attenzione da testimonianze autorevoli, perché rese da persone che conoscono e che hanno responsabilità.

Abbiamo già sostenuto che non vi è altro modo di contrastare la “congiura contro la vita” la quale tenta di stendere una definitiva coltre di silenzio sul concepito, che quello di ripetere ovunque e sempre che l’uomo è sempre uomo fin dal suo primo comparire nell’esistenza, che è sempre uno di noi. Ma, a parte questo obiettivo che comunque verrà realizzato, l’iniziativa è anche un concreto servizio alla vita nascente. È sicuro che un certo numero di bambini sono salvati dalla morte per il coraggio delle loro madri, del quale l’iniziativa uno di noi è un alleato che può essere decisivo.

Dobbiamo saper vedere e ammirare anche il bene. Ci sono migliaia e migliaia di giovani donne e di famiglie che in presenza di una gravidanza non cercata, non desiderata, magari decisamente non voluta e talora davvero carica di difficoltà, non pensano neppure alla soluzione dell’aborto, oppure la respingono quando valutano le diverse possibilità perché riconoscono che nella gravidanza, fin dal concepimento, compare nell’esistenza un figlio, cioè uno di noi.

In tante madri e padri e famiglie questa evidenza è offuscata dalla cultura dominante e diventa facile l’autoinganno. La testimonianza di coloro che conoscono ed hanno responsabilità, non solo non potrà essere ignorata dalle Istituzioni Europee, ma anche all’interno degli Stati – se conosciuta – può diradare la nebbia e risvegliare il coraggio e la generosità che sono innate nel cuore di ogni madre. Non conosceremo mai i dati numerici di questo effetto concreto, ma esso è sicuro, come dimostra l’esperienza dei colloqui intrattenuti nei Centri di aiuto alla vita con le madri in difficoltà e come dimostrano i casi episodicamente riferiti di vite umane che, ormai attaccate ad un filo, sono state salvate da una parola scritta o detta che ha trasformato quel filo in un robusto legame. Il Movimento per la vita italiano ha pubblicato fin dall’inizio della sua azione un piccolo fascicoletto che riporta belle immagini accompagnate da commenti veri e ben scritti: “La vita umana: prima meraviglia!”. Questo libretto è stato diffuso in milioni di copie e tradotto in tutte le lingue del mondo. Non sono poche le vite salvate dalla lettura di questa pubblicazione che ha risvegliato il coraggio. Se è vero quanto è stato scritto, che salvare una vita umana significa salvare il mondo intero, si può essere certi che il lavoro compiuto per avviare e realizzare l’iniziativa “Uno di noi” non è inutile.

Sì, l’obiezione di coscienza del personale sanitario è la “spina nel fianco” della “congiura contro la vita”, perché quest’ultima intende far dimenticare il figlio concepito, mentre l’obiezione lo ricorda. Il fondamento dell’obiezione, infatti, è il rifiuto della coscienza del sanitario di contribuire alla soppressione di una vita umana. Questa è la vera ragione dei continui attacchi che vengono condotti contro gli obiettori, descrivendoli come egoisti che intendono sottrarsi ad un servizio poco gratificante, tentando di escluderli da alcuni pubblici concorsi, talora denunciandoli alla autorità giudiziaria e sottoponendoli a procedimenti disciplinari. Sono significative le denunce presentate contro l’Italia dinanzi al Comitato per i diritti sociali del Consiglio d’Europa da parte della International Planned Parenthood Federation e della Federazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL). La tesi delle due organizzazione denuncianti è che in Italia vi sono troppi medici obiettori di coscienza, il che renderebbe penoso per le donne e per i medici non obiettori l’intervento abortivo. Il comitato per i diritti sociali ha dato ragione alle due associazioni ricorrenti, ma il suo parere non ha nessuna efficacia obbligatoria e il Consiglio dei Ministri del Consiglio d’Europa, udita la relazione del Ministero per la Salute italiano, ha archiviato le due pratiche. Ma la vicenda mostra quanto, anche a livello internazionale, l’obiezione di coscienza sia giudicata negativamente. Essa è considerata un irragionevole scrupolo, perché non si vuole ammettere che l’aborto è l’uccisione di un essere umano, non si vuol riconoscere che il concepito è uno di noi. È singolare che l’obiezione nel mondo si sia affermata come diritto fondamentale nel campo militare, anche in paesi come l’Italia che, per dettato costituzionale, rifiuta la guerra come mezzo di soluzione della controversie internazionali, che impiega l’esercito per aiutare le popolazioni colpite da calamità naturali e per garantirne la sicurezza in condizione di eccezionale pericolo, ed in cui – pertanto – l’uso delle armi è un evento tutt’altro che frequente, ma eventuale e raro. Invece nell’aborto l’evento uccisivo è immediato e certo: perché non rispettare la coscienza di chi non intende contribuire in alcun modo al suo accadimento? È evidente che una testimonianza autorevole e numerosa di medici che riconoscono nel concepito uno di noi è una forte difesa dell’obiezione di coscienza, perché rende difficile considerare l’aborto un evento banale, negare l’identità umana dell’embrione e quindi emarginare gli obiettori come ipocriti, ignoranti e stupidamente scrupolosi.

La sede del Parlamento Europeo, a Strasburgo (Francia).

La sede del Parlamento Europeo, a Strasburgo (Francia).

L’iniziativa dei cittadini europei è il nuovo istituto di democrazia partecipata introdotto nell’ordinamento dell’Unione Europea dall’ultimo Trattato, quello detto di Lisbona,  entrato in vigore nel 2009. È naturale quindi, che l’iniziativa “Uno di noi” si sia dispiegata in Europa e non in America o in un singolo paese membro dell’U.E. Ma c’è una ragione più profonda, ideale e non tecnica, che lega “Uno di noi” all’Europa. Nel progetto dei padri fondatori l’Unione non era soltanto lo spazio per un libero scambio commerciale, ma una nuova entità politica pacificata e pacificatrice, fondata su comuni ideali al cui centro vi è la dignità umana. Nonostante il progressivo allargamento dell’Unione fino a estendersi a quasi tutto il continente, nonostante la fine della guerra fredda e la innaturale divisione tra oriente ed occidente, oggi l’idea di Europa è visibilmente in crisi. Rifioriscono i nazionalismi e gli interessi economici e commerciali non sembrano più sufficienti a garantire il progresso e l’integrazione. Bisogna ritrovare l’anima dell’Europa. L’idea che l’aborto sia “la sconfitta dell’Europa” è stata espressa più volte da San Giovanni Paolo II (per esempio, l’11 ottobre 1985 nel discorso ai Vescovi europei) ed anche Papa Francesco nel suo discorso al Parlamento Europeo il 25 novembre 2014 ha sottolineato l’orrore per l’aborto. Sono esagerazioni? No, sono pensieri che comunque esigono una meditazione. Il declino dell’Europa si verifica non solo per la caduta della natalità e il conseguente invecchiamento della popolazione, ma, soprattutto, per la perdita della sua identità e unità culturale. Il modo contraddittorio con cui oggi viene affrontata l’emergenza dei profughi, il probabile peso decisionale di obiettivi economici e di potere nazionali, il ricorso unilaterale all’uso della forza militare, sono contrastabili solo con un recupero delle radici umane e cristiane dell’Europa.

Il rifiuto della vita nascente è la spia che rivela la lacerazione dell’anima dell’Europa. Forse a partire dal riconoscimento che ogni essere umano, per quanto piccolo e povero, è uno di noi, un uguale in dignità e diritti, è possibile individuare il sentiero che conduce al traguardo della vera Europa. La nuova Europa si fonda su un nuovo umanesimo e la prima pietra di un nuovo umanesimo è il riconoscimento della uguale dignità di ogni vita umana a cominciare da quella nascente, sofferente e morente, come hanno scritto nel 1986 Madre Teresa di Calcutta e Chiara Lubich alle Istituzioni Europee a conclusione di un convegno, che per celebrare la proclamazione di Firenze capitale europea della cultura, indicò l’obiettivo: “prima di tutto la vita”.

Ogni anno in tutto il mondo, nell’ONU, ma anche nel Parlamento Europeo e nei Parlamenti nazionali, si celebra l’anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo il 10 dicembre o nei giorni contigui. Fu, infatti, il 10 dicembre 1948 che quasi tutti gli Stati della terra siglarono il patto di pace, di libertà e di giustizia fondato sul riconoscimento della dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana. Sono giuste queste celebrazioni, ma esse dimenticano sempre che anche il concepito è un essere umano, come tale titolare dei diritti dell’uomo. C’è, dunque, un vuoto da riempire, una completezza da raggiungere. Pochi giorni prima del 10 dicembre, il 20 novembre, viene celebrato un altro anniversario, quello della Dichiarazione universale dei diritti del bambino, siglata il 20 novembre 1959, trasformata in vero e proprio trattato giuridicamente vincolante il 20 novembre 1989. In questi due documenti si indica come “bambino” anche quello non ancora nato e nella Dichiarazione del ‘59 si trova lo stupendo invito: “Gli Stati devono dare ai fanciulli il meglio di se stessi”.

Poiché i diritti dell’uomo comprendono anche i diritti dei bambini e poiché la questione fondamentale posta dalla iniziativa “Uno di noi” riguarda il concetto stesso di uomo, sembra che il 10 dicembre sia il termine più opportuno per concludere la seconda fase della iniziativa con la solenne consegna delle testimonianze raccolte al Presidente del Parlamento, del Consiglio e della Commissione. La forma della “petizione” determina l’assegnazione delle domande alla apposita Commissione per le petizioni, ma sarà opportuno seguirne i lavori affinché segua una dibattito ampio e generale in aula. Prima ancora la Federazione Europea “Uno di noi per la vita e la dignità dell’uomo” che è l’ente promotore della seconda fase della iniziativa prenderà contatto con la Commissione per ottenere – se possibile – la revoca della sua precedente decisione del 28 maggio 2014.

È stato allestito un sito internet internazionale multilingue www.oneofusappeal.eu sul quale si possono leggere e firmare telematicamente le tre testimonianze.

I testi sono riprodotti in tutte le lingue dell’Unione Europea. Medici, farmacisti, ostetriche, infermieri, operatori sanitari possono trovare l’area “sanità”; i giuristi l’area giuridica; i politici l’area politica. Naturalmente ciascuno deve sottoscrivere la dichiarazione della propria area di competenza. È necessario riempire tutte le indicazioni richieste. Ai singoli firmatari si domanda di divenire anche proponenti attivi della iniziativa, cioè di farla conoscere nel proprio ambiente professionale e di invitare i colleghi a sottoscriverla. Può essere anche l’occasione per un approfondimento dei temi che “Uno di noi” propone, ossia per diffondere “porta a porta” – modalità forse poco clamorosa, ma molto efficace – la cultura della vita. Poiché non sempre è facile ricordare ciò che si è assicurato di voler fare, è prevista anche l’utilizzazione di schede cartacee contenenti la testimonianza scritta sul sito internet. Perciò è possibile scaricare i testi e sottoporli direttamente alla compilazione e firma di colleghi. In tal caso le schede una volta compilate, (basta anche una sola adesione, sebbene per ragioni pratiche le schede contengano 4 spazi per 4 diverse testimonianze) devono essere inviate al Comitato organizzativo italiano, presso il Movimento per la vita in Lungotevere dei Vallati 2, Roma. Allo scopo di rendere agevole l’utilizzazione delle schede cartacee, è stato predisposto il sito italiano: www.unodinoi.org, che per la firma telematica rinvia al sito: www.oneofusappeal.eu, ma rende semplice la redazione su carta dei testi su cui viene chiesta l’adesione.

Scarica il modulo per la firma sui siti:
www.unodinoi.org
www.oneofusappeal.eu

È importante far conoscere l’iniziativa. È già un modo, come si è detto, di diffondere la cultura della vita. Ciascuno, inoltre, può prendere contatto con medici, giuristi e politici e convincerli a rendere la loro testimonianza-appello. Queste 20 domande e 20 risposte possono aiutare a sviluppare il dialogo.

[/vc_tta_accordion][/vc_column][/vc_row]